La libreria di Matik

mercoledì 31 gennaio 2018

L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio.
"Nel tempo ho perso anche quell'idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E' vuoto persistente, che conosco ma non supero. Giro la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel paese che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure."

Cosa spinge una madre a cedere la figlia di 6 mesi a qualcun altro? E cosa spinge un’altra madre ad accoglierla in casa sua, crescerla, accudirla, educarla e poi restituirla al mittente? L’Arminuta (nel dialetto abruzzese “la ritornata”) a volte si sente come un pacco, sballottato di qua e di là, tra le braccia dell’una o tra i piedi dell’altra famiglia, sempre in balia di altrui decisioni. Ma una spiegazione c’è sempre e Donatella di Pietrantonio ce la racconta con grande maestria. Ecco, non sarà il Premio Campiello, ma per me L’arminuta vince il titolo di “libro del mese”.
Il libro inizia proprio con il ritorno della protagonista alla casa natia, per lei sconosciuta. Orfana di due madri viventi, l’Arminuta (per noi lettori sarà questo il suo nome) narra in prima persona la sua vita, a partire dal secondo abbandono, quello della famiglia che l’aveva a sua volta adottata. Come si può essere così crudeli, penserai tu, da abbandonare una figlia che era già stata lasciata da una famiglia?
"Ripetevo la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo."
“Mamma”, una delle prime parole che i bambini imparano a pronunciare in quel marasma di sillabe e suoni che gli escono dalla bocca. Un termine che per lei perde addirittura di significato. Non riesce più a riconoscere sua madre in coleì che, di punto in bianco, l’ha restituita come un oggetto non più gradito. E non riesce neanche a usarla per chiamare l’altra di madre, quella vera, biologica, naturale.
In questo libro la maternità assume risvolti innaturali. Quello che è il rapporto basilare dell’esistenza, tra chi dà la vita e chi la riceve, viene a disintegrarsi e si svuota di ogni senso. La madre e la figlia diventano due estranee che vivono sotto lo stesso tetto. Un po’ come succede in Accabadora di Michela Murgia.
"Non l’ho mai chiamata, per anni, Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in diversi modi."
I motivi che hanno indotto le due donne a questi abbandoni sono diversi, quasi opposti, e vengono svelati nel corso della narrazione. Mentre il primo può essere giustificabile, e rappresenta una condizione ahimè comune in certi piccoli paesi di provincia, il secondo, quello più doloroso, è rivelato di colpo, quasi per sbaglio, dalla sorellina Adriana, che riporta una conversazione che ha sentito dagli adulti. Ed è come girare il coltello dentro una ferita.
L’Arminuta è stato definito un libro sulla resistenza al dolore di esistere e sulla resilienza. Abbandonata due volte, la protagonista si trova catapultata in un mondo che non le appartiene, che non conosce e che non ha niente a che vedere con il suo. In cui regna la miseria, e quasi sempre il cibo sulla tavola non basta per tutti. Dove lei non rappresenta un dono ma solo un’altra bocca da sfamare. Cambiando paese, l’Arminuta perde tutte le amiche del cuore, oltre che l’affetto di una famiglia che per lei era la SUA famiglia.
È costretta a dormire nella stessa camera dei suoi fratelli, lei giovane adolescente nel pieno dello sviluppo, in un letto condiviso con la sorella minore che ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati.
Ed è proprio la sorellanza a salvarla e a darle la capacità di affrontare e superare un evento così traumatico. Il rapporto con la piccola Adriana inizia sull’uscio di casa, il giorno del suo ritorno. È proprio lei ad aprire la porta e a incrociare per prima i suoi occhi impauriti e spaesati.
"Mia sorella (Adriana). Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate."
In questo libro così toccante e profondo, Di Pietrantonio tocca una parte del nostro cuore che io non sapevo neanche di avere. Non è (solo) una storia commovente, è una storia dura, dolorosa, triste. E le parole limate e attentamente levigate, mai scelte a caso, contribuiscono a dare proprio l’idea delle spigolosità e asperità che ci si trova ad affrontare nella vita. In tutta questa sofferenza è bello trovare assieme alla protagonista la forza per sopportare, per andare avanti.
È bello vedere come i libri possono esserci di ispirazione, oltre che di conforto. E come le storie degli altri possono essere tremendamente simili alle nostre.
L’Arminuta trova la sua ancora di salvezza in una sorella che non sapeva nemmeno di avere.
 

mercoledì 24 gennaio 2018

"Siamo semplicemente due persone, e non sono molte le cose che ci separano. Molte meno di quanto si pensi."

The help della scrittrice Kathryn Stockett è un libro che colpisce con la sua ironia e la sua commozione. Una storia toccante che ci conduce a Jackson, una città del Mississippi, una di quelle con il più alto tasso di omicidi tra bande.
Ma non è questo il problema che viene affrontato nel romanzo.
In The help si racconta della difficoltà delle persone di colore, di Aibileen, Minny e altre ragazze, d’inserirsi in una società che negli anni Sessanta aveva regole ferree e indiscutibili che li escludevano da tutto.
Il libro racconta di donne di colore che erano al servizio di donne bianche per accudirgli la casa, i figli, la vita, in cambio di qualche soldo e spesso ben poco rispetto.
E poi c’è Skeeter, una ragazza bianca che vuole diventare una scrittrice e non ha le stesse aspirazioni delle sue amiche, che desiderano solo avere un marito e dei figli.
Le sue idee un po’ rivoluzionarie per il periodo, non piacciono neanche alla mamma. Ma lei non ce la fa a soccombere e si mette contro tutti, per far ascoltare, seppur con timore, le proprie ragioni, venendo poi esclusa come fosse una donna di colore.
La vita di Aibileen, che ha allevato diciassette bambini di bianchi e ha visto portarsi via tra l’indifferenza il suo unico vero figlio, di Minny, che ha tanti bambini, un marito che la picchia, e che spesso viene licenziata perché non si vuole far mettere i piedi in testa da nessuno, e la vita di Skeeter, che vuole cambiare il mondo senza esserne consapevole, s’intrecciano indissolubilmente.
Le tre protagoniste del libro The help iniziano a dar voce a storie che nessuno aveva voluto ascoltare fino a quel momento, raccontando cosa significa per le donne di colore essere al servizio di donne bianche, subendo trattamenti crudeli, ma a volte anche dolci. Loro trovano il coraggio di raccontare la frustrazione, il dolore, la rabbia che si prova a non avere diritti, e tra la paura di essere scoperte e la voglia di fare qualcosa per se stesse e i loro figli, rischiano tutto.
La scrittrice Kathryn Stockett in The help ci parla di qualcosa che adesso tutti conosciamo, ma che comunque ci tocca nel profondo, facendoci stare dalla parte delle donne che hanno dovuto subire, che non si sono potute ribellare, che hanno perso tutto, ma alla fine un po’ hanno anche vinto la battaglia per i diritti umani.
The help oltre ad essere un libro straordinario è anche un film da vedere assolutamente.
"Per uno scrittore del sud, non c'è argomento più delicato dell'affetto tra un nero e un bianco nel mondo ingiusto della segregazione. Infatti, l'ipocrisia su cui si basa la società rende sospetta ogni emozione, per cui è impossibile capire se il sentimento che esisteva tra due persone era genuino, oppure dettato dalla compassione o dal pragmatismo."

mercoledì 3 gennaio 2018

L'Universo, gli Dèi, gli uomini di Jean Pierre Vernant.

Che cos'è il mito?
Come nacquero il mondo e l’universo? Agli inizi era il Chaos, o Voragine. Per i greci, Chaos precede l’universo come noi lo conosciamo. 
"Chaos è un vuoto oscuro dove niente può essere distinto. Si viene ghermiti da Voragine come dall’apertura di fauci immense in cui tutto può essere ingoiato e confuso come in un’unica notte indistinta".
Da Voragine nacque la terra, Gaia, e da essa il Cielo, Urano. Qui si delinea una netta differenza fra il mito e il pensiero filosofico successivo; infatti, per gli antichi Greci l’universo fu generato dal Chaos, mentre Aristotele nega l’esistenza del Chaos sostenendo invece l’eternità del cosmo, accordando alla natura anche un fine teleologico. 
Gaia genera Cielo, o Urano, che la ricopre in ogni suo punto. Urano feconda la terra senza sosta, senza lasciarle tregua; Gaia contiene in sé i figli, che, a causa di Urano che la ricopre, non riescono ad uscire e Gaia dà a Crono il falcetto con il quale evira Urano, che quindi dopo un urlo spaventoso si allontana dalla terra, diventando il cielo che noi tutti conosciamo. 
Attraverso i miti, i Greci hanno descritto anche i diversi aspetti psicologici dell’essere umano, che rimangono costanti nonostante i cambiamenti sociologici e culturali. Uno di questi è il conflitto fra generazioni e, più in generale, la paura degli anziani di essere sostituti dai giovani. Questa paura è ben espressa dal mito di Crono. Crono non solo evira il padre con un falcetto, ma è anche colui che, per paura di essere esautorato dai figli, li mangia prima che vengano al mondo e fa questo per salvaguardare il suo potere. Secondo Vernant, Crono è «il primo politico»; egli è una "divinità sospettosa, dio di astuzia, di menzogna e di doppiezza". Zeus riesce a liberare i fratelli intrappolati nel ventre paterno e di seguito dà luogo a «quell’universo organizzato», in cui ogni divinità ha la sua prerogativa, i suoi poteri, il suo dominio. Tale universo è nettamente contrapposto a Chaos, dove invece tutto è indistinto.
Nel libro, Vernant descrive anche gli antefatti della guerra di Troia, il personaggio leggendario di Ulisse e le sue avventure infinite dopo la fine del conflitto. 
Un intero capitolo viene dedicato a Dioniso, ad Epido e ad Orfeo, miti questi che sono stati fondamentali per lo sviluppo del pensiero occidentale. Dioniso nella mitologia rappresenta il viaggiatore, l’altro, il diverso, «un Dio di nessun dove e di ogni luogo». Personalmente ho apprezzato molto il capitolo intitolato "Rifiuto dell’altro, identità perduta", nel quale l’Autore mette in evidenza l’importanza del confronto con il diverso per la formazione dell’identità personale. Descrivendo le donne tebane impazzite per l’influsso di Dioniso, dio che Penteo non vuole riconoscere perché rappresenta l’estraneo, l’altro da sé, Vernant afferma:
"Coloro che proclamano l’irrinunciabile difesa dei valori tradizionali, i cittadini greci sicuri della loro superiorità, precipitano nell’orrore e nel mostruoso. Come se, nella misura in cui un gruppo umano rifiuta di riconoscere l’altro, di fargli spazio, fosse questo gruppo stesso a diventare mostruosamente altro".
A differenza di altri saggi che raccontano i miti, la scrittura di Vernant è scorrevole, leggera e comprensibile; il narratore ha il pregio di focalizzare gli aspetti più importanti delle singole vicende e di estrapolarne il significato sempiterno. Attraverso lo studio dei miti possiamo esplorare e meglio conoscere i lati più profondi della nostra personalità, anche quelli più bui, senza però sentirci in colpa, perché essi non riguardano solo noi, ma l’intero genere umano. Questa è la ragione per cui raccomando la lettura di questo saggio.

La bastarda degli Sforza di Carla Maria Russo.

"Una cosa mi devi giurere Caterina: che resterai sempre fedele alla tua famiglia. Combatti chi ti sfida, ma resta sempre leale agli Sforza."
Quella tygre di la madonna di Forlì che aveva tucta spaventata la Romagna - viene definita così, nelle cronache del tempo, Caterina Sforza Riario, affascinante protagonista del nuovo romanzo di Carla Maria Russo. 
Una tigre. 
Splendida, ruggente, pericolosa. 
Forse anche il bagliore dei capelli dorati e la fierezza dello sguardo fanno pensare all’animale che abbatte il nemico con una zampata.
All’inizio del libro, però, quando la conosciamo, Caterina ha solo cinque anni, è solo un tigrotto che conquista il cuore del maestro d’armi e di tutta la guarnigione del castello sforzesco di Milano quando esige di essere ammessa a prendere lezioni e a tirare di spada come i fratelli e i cugini. 
Ma se non riesce neppure a tenerla in mano, una spada? 
Non importa, lei irrobustirà le sue braccine, è la nonna Bianca Maria Sforza ad incoraggiarla. Eppure Caterina è una dei figli bastardi che il conte Galeazzo Maria Sforza ha avuto da Lucrezia Landriani, moglie del cortigiano Gian Piero Landriani. 
Cresciuta però a corte insieme ai figli che Galeazzo Maria ha avuto dalla moglie Bona, una donna dolcissima che aveva adottato i bastardi del marito.
Il racconto della vita straordinaria di Caterina, che diventerà contessa di Imola e di Forlì, prima insieme al marito Girolamo Riario e poi come reggente per il figlio Ottaviano, procede alternando una narrativa in prima persona - quasi fosse un diario della stessa Caterina, una voce soggettiva e personale carica di emozione - ed una in terza persona che intesse un quadro più vasto e arricchisce la scena di personaggi portando avanti le vicende, fornendo una sorta di cronaca delle ingarbugliate relazioni tra i vari staterelli, con le rivalità, le alleanze, le inimicizie, i giochi di potere portati avanti usando le persone come scacchi umani, trascurando qualunque valore morale o senso di rispetto.
1472. Come tenersi Imola, conquistata da Galeazzo Maria, senza scatenare una guerra con il papa Sisto IV che pretende la restituzione della città? 
Con un compromesso, dando in sposa una Sforza a Girolamo Riario, nipote del papa. 
Ci sono due fanciulle disponibili. Due bambine, anzi: Costanza, di undici anni, cugina di Galeazzo Maria, e sua figlia Caterina di nove anni. 
Che si mandi al sacrificio Costanza! 
Sua madre Gabriella Gonzaga, però, si oppone. 
Teme che non venga rispettata la legge ecclesiastica che impone si aspetti il compimento dei quattordici anni per consumare il matrimonio. 
Allora toccherà a Caterina. Nove anni e un marito di ventisette che ha premura di assicurarsi che il matrimonio sia un passo definitivo. 
Che violenta una bimba a cui è stato inculcato il principio che una Sforza non piange, non fiata, è coraggiosa. Un trauma che si porterà dietro per sempre, anche se, dopo, darà sei figli a Girolamo Riario, disprezzandolo ma obbligata a sottomettersi.
Carla Maria Russo ci ha avvisato che questa è un’opera di fantasia e che i fatti storici sono da lei liberamente interpretati. 
Se il lettore intende leggere un libro di storia, ha sbagliato libro. 
Se però vuole tuffarsi nella storia, accettando che la trama del canovaccio sia solida ma che i colori delle scene raffigurate siano rese brillanti dall’immaginazione, La bastarda degli Sforza è un’appassionante escursione nel passato, tra il 1472 e il 1488, da quando la piccola Caterina impugna la spada per gioco a quando si erge come una furia, come una tigre, dagli spalti della fortezza di Ravaldino, più uomo lei - se attribuiamo il coraggio guerriero solo agli uomini - di quel codardo di suo marito. 
Caterina che stringe la bambola mentre Girolamo si impone su di lei, Caterina nella gloria della sua bellezza adolescente quando deve raggiungere il marito, Caterina che si interessa di erbe medicali che le serviranno per curare gli ammalati, Caterina che sfida ali di folla minacciosa uscendo a cavallo da Castel Sant’Angelo, Caterina e si suoi figli prigionieri: Caterina ci incanta, ammiriamo la donna Caterina che ci pare una femminista ante litteram, vogliamo sapere altro di Caterina, giriamo pagina con ansia e… il libro è finito. 
Con la promessa che ci sarà un seguito.
 
Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones.

"Non devi inchinarti davanti a nessuno, Hugo!"
Gli eredi della terra è un grande romanzo storico, che si perde e fa perdere in un mondo vivido, così perfettamente ricostruito da sembrare ridicolmente attuale, in cui le logiche civili, religiose, politiche non sono lasciate sullo sfondo come pallidi accessori di scenografia, ma entrano prepotenti nella narrazione divenendone talvolta protagoniste. Sono molte le digressioni di carattere ricostruttivo, inserite distrattamente sotto forma di discorso diretto o intenzionalmente in lunghe panoramiche, ma il primo, fondamentale, merito di Falcones è di sorprendere il lettore e di riuscire a renderlo avido di queste informazioni. La parentesi, pure talvolta lunghe, scorrono agili e contribuiscono all’immedesimazione, alla partecipazione delle vicende che coinvolgono il protagonista.
E qui viene il secondo, grande, merito dell’autore: il ritmo della trama. Conosciamo Hugo Llor poco più che bambino, coraggioso al limite dell’ingenuità, e le novecento pagine lo vedranno crescere fino alla soglia dei cinquant’anni. Mezzo secolo di avventure rocambolesche, fughe, ritorni, sotterfugi, rapimenti, delusioni, tradimenti e tanto, tanto amore. Amore per le donne della sua vita: sua madre, sua sorella Arsenda, l’ebrea Dolça, suo primo amore, la timida Eulalia, la giunonica Barcha, Caterina, la liberta russa e, sopra tutte, Mercè, sua figlia. Amore per i vitigni, per il vino e per l’aqua vitae. Amore per i sani principî, come l’onestà, la lealtà. Tutti questo moventi trovano nel calderone di Falcones una mescita sapiente ed equilibrata, certo un po’ romanzesca, ma più che mai adeguata a un’opera letteraria. I cenni della fortuna si abbattono sul protagonista incessantemente, non lo abbandonano mai e lo trascinano in un vortice di avventure che a stento dieci uomini potrebbero effettivamente affrontare in una vita mortale, ma se quest’accanirsi della sorte può risultare eccessivo, occorre tenere presente la finzione del romanzo, e premiare piuttosto la fantasia di chi ha concepito tutta quest’architettura. Un genio creativo che permette di ingoiare pagine su pagine con poco sforzo e crescente curiosità, al quale si aggiunge il pregio del “disincanto”. Nonostante i sentimenti, la morale di Hugo, la sua non è una storia perfetta. Il lieto fine è lieto, bien sûr, ma umano: il romanticismo non prende il sopravvento sul buonsenso nemmeno una volta, in tutto il libro. Le alterne vicende del protagonista non si macchiano di gesta grandiose, redenzioni miracolose o emancipazioni improbabili, ma rimangono sempre all’interno dei binari ideali delle sue possibilità. Ancora una volta il lettore è portato a simpatizzare con Hugo, a considerarlo un personaggio reale, proprio in virtù di questo realismo.
La scrittura è poi piana, senza eccezionali meriti ma di buon livello. Non si perde tra tecnicismi, arcaismi o inutili, oscure, circonlocuzioni, ma si presta a una lettura agevole e piacevole, pur mantenendo un’ottima padronanza della sintassi e senza scadere in una prosa scontata.
Si tratta, in conclusione, di una lettura assolutamente raccomandabile: disimpegnata e allo stesso tempo formativa, scorrevole e appassionante. Un ottimo romanzo, ad esempio, da divorare durante le vacanze natalizie.