La libreria di Matik

giovedì 18 ottobre 2018

L'amante della regina vergine di Lucinda Riley.
«Intendo che qui continui ad esserci una sola padrona e nessun padrone»
Oggi la recensione sarà abbastanza breve perché il libro non mi è proprio piaciuto, l’ho trovato insipido e noioso e ne sono rimasta molto delusa a differenza dei precedenti che erano stati belli ed interessanti.
La storia è semplicissima, il classico triangolo amoroso con lui Robert Dudley, sposato con Amy che, come dice lo stesso titolo, diventa amante della regina Elisabetta, e tutti soffrono in modo indicibile punto, basta, nient’altro. La politica, la religione, l’economia, la guerra, cadono tutte in secondo piano per far spazio a questa storia d’amore.
I personaggi sono a dir poco stereotipati anche se in modo diverso da come mi aspettavo.
Robert è un giovane rampollo dell’aristocrazia molto arrivista, superficiale e a mio parere davvero borioso e antipatico, la sua famiglia si è macchiata dell’accusa di alto tradimento nei confronti della corona e lui tenta in tutti i modi di riabilitare il nome di famiglia e di ricominciare la scalata sociale e tornare ad essere ricco. Per raggiungere lo scopo, coglie al volo l’occasione e si avvicina alla nuova regina d’Inghilterra Elisabetta, che è stata sua amica d’infanzia e, facendo leva sul suo bell’aspetto e sulle sue ambizioni, diventa velocemente il suo favorito, e poi suo amante, nonostante i pettegolezzi che corrono di bocca in bocca.
La regina in questo libro è dipinta come una giovane ingenua donna alla rivalsa, che diventata di punto in bianco sovrana, non sa che pesci prendere e di conseguenza cerca appoggi e uomini di fiducia che sappiano consigliare le giuste mosse politiche e religiose da fare. Quindi altro che la forte regina coraggiosa e volitiva che conosciamo tutti! In questo libro è una ragazzina innamorata di se stessa che gioca con il suo trono e con la corte e finisce per cedere alle lusinghe di un uomo sposato mettendo tutto a rischio.
E poi c’è Amy, povera moglie di Robert che nonostante sia sempre rimasta al fianco del marito nei momenti di maggior disgrazia, viene umiliata dai pettegolezzi riguardo suo marito e soffre perché sa che molte delle cose che si raccontano sono vere. Lei che prima era tutto per Robert, viene messa da parte e dimenticata per dare libero sfogo ai desideri di gloria e lussuria del favorito della regina.
In generale, i personaggi non si fanno amare né tanto meno rispettare dal lettore.

venerdì 5 ottobre 2018

La rilegatrice di storie perdute di Cristina Caboni.
"Io li interrogo ed essi mi rispondono, e per me parlano e cantano... Alcuni allontanano le preoccupazioni e riportano il sorriso... altri mi insegnano a conoscere me stesso"... "I libri possiedono un grande potere. Accendono ciò che hai dentro, sono come scintille. Agiscono su quello che già esiste, permettendogli di crescere e svilupparsi."


In La rilegatrice di storie perdute, quarto romanzo di Cristina Caboni, a mettere insieme i pezzi di una storia dimenticata è Sofia Bauer, bibliotecaria di Roma alle prese con la separazione dal marito Alberto. Sofia si imbatte in una vecchissima edizione di uno scrittore romantico e decide di restaurarla. Ma le rilegatrici sono due: c’è anche Clarice, nobildonna vissuta i primi dell’Ottocento tra Vienna e Roma, che ha appreso l’arte della rilegatura in segreto.
Tra le due donne c’è una corrispondenza incredibile: la comune passione per i libri, spesso usati per evadere dalla realtà, un matrimonio sbagliato, il bisogno di fuggire e ricominciare. A connetterle è, naturalmente, il libro che Sofia sta restaurando, che nasconde pagine segrete scritte da Clarice. La ricerca della verità porta Sofia a incontrare Tomaso Leoni, schivo e affascinante grafologo, l’unica persona con cui Sofia non senta la necessità di “un negoziare continuo, un trovare compromessi”, l’unico con cui tornerà a “essere se stessa completamente”.
C’è indubbiamente molto fascino, dicevamo, nell’idea di trovare un libro antico, una storia, mettersi a investigare sulle tracce di un passato sbiadito. Purtroppo il fascino è proprio ciò che manca a questo romanzo.
Molto della magia di un libro viene dal suo linguaggio, dalla capacità dell’autore di inserire dialoghi serrati dove servono, in altri casi solo descrizioni, gesti. E a volte nulla (l’effetto del taglio di una frase, che rende la narrazione meno didascalica, può essere enorme). A mio giudizio qui manca il ritmo. Ho provato a chiedermi se il problema non fosse un altro: ho sbagliato libro, ma agli estimatori del genere questo tipo di linguaggio piace da matti. Non credo sia questo il punto: il romanzo è costruito sull’alternanza di due storie che procedono in parallelo ma sono narrate con un registro completamente diverso. Tra i due ho preferito quello della storia di Clarice, perché meno ridondante, più asciutto, efficace (pur essendo la sua storia ambientata due secoli fa). Quanto a Sofia, le parole della sua storia sono artificiose, costruite; troppe moine, sguardi, troppi dettagli banali di cui il lettore può anche fare a meno. Trovo che una parte del romanzo (quella ambientata ai giorni nostri) penalizzi l’altra.
Altra nota dolente: questa edizione del libro presenta diversi errori grammaticali, che francamente disturbano la lettura (per chi se ne accorge; per gli altri, è un’occasione mancata di imparare qualcosa da un libro).
Interessante, invece, l’idea di far precedere ogni capitolo da una citazione (Goethe, Dickens, Hemingway, Shelley, Austen, solo per citarne alcuni). È questo, credo, uno degli aspetti del volume che meglio esprimono l’amore per la lettura, la volontà dell’autrice di scrivere per gli appassionati, per chi considera il libro un fine e non un mezzo. Questo e, certamente, il fatto stesso che i libri siano ciò che salva le due protagoniste, in un caso offrendo un rifugio, nell’altro una spinta a rimettere in movimento la vita. Per un romanzo che ha l’ambizione di esprimere la passione per la lettura, di parlare con i librai e i lettori, però, il linguaggio non è adeguato, il finale è un po’ debole (parlo sempre della storia di Sofia, quella di Clarice sarebbe bastata a se stessa, sotto ogni punto di vista), il risultato non convince.

venerdì 31 agosto 2018

Ally nella tempesta di Lucinda Riley.
"Nei momenti di debolezza, troverai la tua più grande forza."
Per il suo temperamento forte e determinato, Ally rappresenta per le altre un punto di riferimento importante, quasi fosse il loro leader. Per questo motivo, anche a fronte della tempesta che dovrà attraversare, Ally si sentirà in dovere di non cedere e non mostrarsi mai troppo vulnerabile agli eventi.
Inaspettata giunge la notizia della morte dell’amato Pa Salt, il ricchissimo padre adottivo che ha cresciuto le proprie figlie nella reggia di Atlantis, ai piedi del lago di Ginevra, proprio mentre Ally, velista esperta, sta navigando i mari dell’Egeo. La passione per la vela, instillata in Ally dal padre, diventerà ancora più intensa dopo la sua scomparsa, anche spronata da Theo, stimatissimo collega del quale Ally si innamora perdutamente e col quale comincia una meravigliosa relazione.
Così come accaduto a Maia, anche Ally riceverà come ultimo dono da parte del padre una serie di indizi utili a portarla, se vorrà, a conoscere le sue origini e la sua storia.
Una straordinaria sequenza di eventi e dolori porterà Ally nella magnifica atmosfera dei fiordi norvegesi dove, attraverso laboriose ricerche, conoscerà le proprie radici e avrà modo di riabbracciare un’altra abbandonata passione: la musica.
Sulla scia della storia di Maia, l’autrice ci porta indietro di oltre un secolo e ci racconta la turbolenta storia di Anna Landvik, famosa cantante d’opera norvegese del tardo Ottocento, e della sua famiglia. Quella che ci viene raccontata è, ancora una volta, una storia drammatica segnata dall’incombenza delle guerre mondiali e della musica del tempo, che ha visto fiorire i più grandi compositori europei.
La narrazione su piani diversi ci porta a spasso nel tempo, ma anche nello spazio tra le grandi città europee teatro di intricate passioni e grandi amori. Grazie ai suoi nuovi amici e alla famiglia ritrovata, Ally troverà il coraggio di alzare il sipario e scoprire finalmente quale strano scherzo del destino l’ha portata a far parte di quella cerchia di sorelle legate dal nome della costellazione delle Pleiadi.
Una volta aggiunto quel tassello mancante, Ally sarà in grado di proseguire la sua vita e abbracciare un’esistenza mai priva di sorprese.
Il tratto romantico dell’autrice si mescola piacevolmente ai dettagli musicali, lasciando il passo ad allusioni e riferimenti al mondo della vela e del mare. La descrizione dei luoghi è, come sempre, minuziosa e affascinante.
Col suo irresistibile stile, Lucinda Riley, rende le sue 545 pagine appassionanti e cariche di emozione. Nonostante il romanzo ricalchi la struttura e l’intreccio del precedente, la lettura non annoia mai e, se possibile, risulta ancora più avvincente, oltre a lasciare una grande sete di conoscenza sul destino delle restanti sorelle.
L’aspetto più interessante dell’opera della Riley è che, nonostante ogni libro racconti e racconterà la storia di ogni singola sorella, è possibile individuare, misteriosamente inseriti in ogni romanzo, dettagli che ci attendiamo portino a delineare l’impenetrabile figura del magnate svizzero.

lunedì 27 agosto 2018

L'amante del Doge di Carla Maria Russo.
"Vi proibisco di pronunziare simili ingiuriose illazioni. Io ho difeso Caterina Dolfin da coloro che, per gelosia e meschina invidia, l'hanno calunniata e hanno tentato di punirla della colpa di essere intelligente, colta, capace di scelte di grande coraggio. Una donna che la società teme perché non si lascia spaventare e imbrigliare con docilità nei suoi schemi. Per di più, bellissima. Di gran lunga la più affascinante e raffinata signora che io abbia mai incontrato o che Venezia abbia potuto vantare. Troppe qualità insieme. Il mondo L'avrebbe fatta a pezzi, se non l'avessi protetta." (Andra Tron il doge).
Il romanzo è ambientato nella Repubblica di Venezia nella metà del Settecento, in un clima limitato dalla morsa dell’Inquisizione, dove si svolge la vita di Caterina Dolfin, una donna molto bella, amante della letteratura e della filosofia, la cui vita si intreccia quasi per caso con quella dell’uomo più potente della Serenissima, Andrea Tron, ambasciatore a Vienna, Parigi e Roma, nonché procuratore di San Marco e savio del consiglio. Veniva ironicamente chiamato nelle satire veneziane “il patron” per simboleggiare con questa rima riferita al cognome, anche il potere di cui godeva a Venezia. Andrea Tron è al tempo del romanzo un uomo sui 40 anni, molto attraente e particolarmente conosciuto in tutta Europa come gentiluomo di cui ogni donna si innamora facilmente. Anche l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, pare gli fosse estremamente legata da un legame lavorativo, ma anche di stima e affetto (un rapporto che non si sviluppò mai sentimentalmente).
La giovane Caterina, figlia unica, con una buona istruzione, sposò Marcantonio Tiepolo, un patrizio di mediocri sostanze e di scarse ambizioni per volontà della madre. Una sera del carnevale 1755, abbandona di nascosto la casa familiare per andare a divertirsi con degli amici nella dimora del console inglese Smith. La ragazza attira subito e benevolmente l’attenzione dell’uomo non solo per la sua bellezza ma anche per la sua mente colta e raffinata, così attratta dalle teorie liberali di quegli illuministi i cui libri erano vietati a Venezia. Proprio nella biblioteca del console, Caterina conosce Andrea Tron e tra i due ci sarà un colpo di fulmine che li porterà ad un tacito accordo secondo il quale la donna diventerà sua amante, mentre l’uomo le garantirà una vita lussuosa in libertà per il resto dei suoi giorni.
Un rapporto “moderno” in cui le parti stabiliscono un patto sulla necessità di Andrea Tron di averla e di Caterina di possedere quella libertà e quella ricchezza che tanto le erano mancate in gioventù e avevano causato quel matrimonio “obbligato” con un uomo che le faceva ribrezzo.
Caterina lotterà, farà di se un’intellettuale dell’Arcadia, pubblicherà dei versi per il padre e diventerà una sorta di mecenate degli artisti, specialmente di quelli più liberali, attratti da idee rivoluzionarie. Lotterà anche davanti alla società, finchè dopo vent’anni riuscirà ad ottenere dal Tribunale l’annullamento delle nozze proprio perché non accondiscendente. E l’amore matura, cresce, muore, risorge…ma ha un solo punto fisso: Andrea Tron. Colui che la mantiene da anni, con il quale ha vissuto da “moglie” per due anni, un uomo che ha sempre rispettato le sue richieste ed esigenze senza intromettersi nella sua vita privata e giudicarla. Il loro è un rapporto libero, ma fino a quando? Arriverà un momento in cui uno dei due deciderà di porre fine a questo tiro alla fune e decidersi a trascorrere il resto della vita insieme come marito e moglie?
Lo scoprirete leggendo il romanzo che vi rapirà tra i balli sfarzosi, le luci sul canal grande, gondole che scivolano nell’acqua, maschere decorate, gli abiti scollati e sfarzosi del Settecento.

mercoledì 8 agosto 2018

Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys.

Ci sono pagine della storia che non tutti conosciamo, ci sono eccidi ricoperti dall’oblio che gridano il loro dolore.


Oggi vorrei, nel mio piccolo, dare voce ai milioni di uomini uccisi nei Gulag sovietici. Per ricordare le vittime del comunismo staliniano e la loro tragedia umanitaria che si è perpetuata in contemporanea con l’eccidio del popolo ebreo. Mentre Hitler infieriva sugli ebrei, in Russia, Stalin, riversava tutto il suo odio sulle popolazioni baltiche: Lettoni, Estoni, Ucraini. Gli ebrei furono deportati nei campi di concentramento, in Russia, invece, i prigionieri, considerati “nullità”, venivano condotti nei campi della Siberia ai lavori forzati. Milioni di persone furono deportate per anni nei Gulag senza che nessuno riuscisse a porre un freno a tanta ferocia.
Hitler e Stalin erano due demoni per un unico inferno: la Terra.
“Avevano spento anche la luna” di Ruta Sepetys, edito Garzanti, parla delle deportazioni nei campi di lavoro sovietici. E’ un romanzo ispirato a una storia vera, agghiacciante e drammatica. Un’altra tragedia del Novecento sepolta sotto l’indifferenza.
"Mi portarono via in camicia da notte. Ripensandoci, i segnali c’erano tutti: foto di famiglia bruciate nel camino, la mamma che nel cuore della notte cuciva l’argenteria e i gioielli più belli nella fodera del suo cappotto e il papà che non tornava dal lavoro. Il mio fratellino, Jonas, continuava a fare domande. Anch’io ne facevo, ma forse mi rifiutavo di riconoscere i segnali. Solo più tardi mi resi conto che la mamma e il papà intendevano scappare con noi. Ma non scappammo. Fummo portati via."
Un rumore di passi nella notte, un bussare, anzi "un rimbombo cupo e insistente", alla porta. L’NKVD, la polizia segreta sovietica, entra in casa ed è l’inizio di un incubo.
14 giugno 1941. L’NKVD irrompe in casa della quindicenne lituana Lina. Lei, il fratello Jonas e la madre Elena hanno appena il tempo di porre in una valigia qualche avere prima di essere caricate su un treno, con centinaia di altri prigionieri, che li condurrà in un villaggio siberiano dove saranno costretti a lavorare in condizioni disumane. Non si può far nulla, opporsi significa morire. Si può solo cercare di sopravvivere senza rinunciare alla propria dignità.
"Per i sovietici non esistono più la Lituania, la Lettonia o l’Estonia. Stalin deve liberarsi completamente di noi per sgomberare dai rifiuti la sua visione. Rifiuti. Era questo che eravamo per Stalin?"
Donne, bambini, vecchi, infermi, tutti a combattere a mani nude contro la ferocia umana.
"Li odiavo, quelli dell’NKVD e i sovietici. Piantai un seme di odio nel mio cuore. Giurai che sarebbe cresciuto fino a diventare un albero imponente, le cui radici li avrebbero strangolati tutti."
Questi sono i pensieri di Lina, “colpevole di esistere”. Lina appassionata di pittura, ammiratrice delle opere di Munch, è impreparata al proprio destino ma ha, in sé, un gran coraggio. Sfrutterà la sua bravura nel disegno per ritrarre ciò che accadeva nel campo di lavoro. Un modo per continuare a sperare.
"Mi hanno tolto tutto. Mi hanno lasciato soltanto il buio e il freddo. Ma io voglio vivere. A ogni costo."
Vivere è una sfida continua nei campi di lavoro: malnutriti, esposti a un clima polare senza adeguati vestiti, umiliati nel corpo e nell’animo. Erano partiti in tanti ma in pochi sopravvissero. La pietà, il rispetto, l’amore per il prossimo, erano “merce” rara, anzi rarissima nel gulag dove la vita umana valeva zero. Intanto il mondo incancrenito dal male soffriva in silenzio. Di fronte alla malvagità dell’uomo la Terra, inorridita da tanta crudeltà, si ripiegava su se stessa. La luce del Bene cedeva il passo al buio del Male. Anche la Luna chiudeva gli occhi e piangeva.
Come scriveva Pascoli nella poesia “ X Agosto ” :
E tu, cielo, dall’alto dei mondi
sereno, infinito,immortale,
oh! D’un pianto di stelle l’inondi
quest’atomo opaco del male!
La crudeltà dell’uomo rende oscuro il nostro pianeta che non riesce a liberarsi dalla presenza del male. Ma la speranza, il dolore immenso, il coraggio possono far breccia nei cuori dannati. Forse non tutto è perduto per l’umanità. Forse la compassione umana impedirà il ripetersi di questo genere di malvagità. Forse.
“Avevano spento anche la luna” è un romanzo struggente che tutti dovrebbero leggere. E’ una testimonianza, anche se indiretta, degli orrori dei Gulag usati come strumento di repressione. Lina rappresenta la sofferenza e il coraggio di più di venti milioni di persone uccise “nel periodo del terrore”. Oggi c’è ancora chi nega questa realtà.
Emozioni profonde mi hanno fatto compagnia durante la lettura di questo romanzo crudele nella sua realtà. Ho sofferto e pianto con Lina, ho sperato che qualche “angelo” proteggesse i prigionieri, ho provato un odio intenso verso le guardie disumane. Quando un barlume di umanità è apparso nella notte del Male ho gioito pensando che l’uomo forse ha ancora una possibilità di salvezza. Se ricomincerà a sentire il battito del suo cuore e a porgere la mano verso il suo prossimo potrà sperare in un futuro migliore dove non ci saranno più morti a causa di oppressioni, razzismo e ingiustizia.
Per non dimenticare diamo voce ai più deboli, difendiamo la libertà e la pace. Costruiamo un futuro migliore per tutti e anche la Luna, da lassù, sorriderà illuminandosi con un bel sorriso.
Per lasciarvi con un invito alla speranza, vi riporto una citazione di Albert Camus:
“Alla fine ho imparato che, anche nel profondo dell’inverno,
dentro di me regnava un’invincibile estate.”
Le sette sorelle: La storia di Maia di Lucinda Riley

"Non lasciare mai che la paura decida del tuo destino."

Le sette sorelle è il primo libro di una saga composta da sette volumi, creata da Lucinda Riley. Un romanzo pieno di avventura, scoperte emozionanti e legami forti. La storia narra le vicende delle sorelle D’Aplièse. Sette ragazze adottate da ogni angolo del mondo da un uomo di nome Pa’Salt, che si è premurato di dar loro una casa, una vita agiata e i nomi delle Pleiadi. Nel presente, Maia è l’unica delle sorelle ad abitare ancora con il padre al castello di Atlantis, sulle rive del lago Ginevra.
Tutto fa pensare apparentemente ad un fiaba, fino a quando la situazione non precipita. Durante un soggiorno a Londra da un'amica, Maia riceve una telefonata che le spezza il cuore: Pa’ Salt è morto. La notizia sconvolge le sette ragazze, che si precipitano al castello affrante. Durante il soggiorno, scoprono che quell'uomo benevolo e affettuoso che le ha cresciute, ha lasciato loro in eredità una sfera armillare, i cui anelli recano incise delle coordinate misteriose. Sarà proprio Maia, la più coraggiosa tra tutte, a impegnarsi per decifrare il codice. La ragazza, armata di determinazione, partirà alla scoperta delle sue origini, in un viaggio che la condurrà per le strade di Rio de Janeiro, dove una serie di lettere antiche, appartenute alla sua antenata Izabela, le racconteranno di una storia d’amore emozionante e intensa. Grazie all'aiuto di uno scrittore, personaggio singolare e affascinante di nome Floriano, Maia riuscirà a ripercorrere il percorso di un amore antico, sbocciato nella Parigi bohémienne degli anni ’20. Cosa scoprirà di tanto sconvolgente? Riuscirà ad accettare le sue origini?
"Tutti hanno dei segreti, ma ti prego di credermi se ti dico che a questo mondo la famiglia è tutto. E che l'amore di un genitore per un figlio è la forza più potente delle terra."
L’ambientazione è particolare: dal paesaggio fiabesco del castello di Atlantis, popolato da sette sorelle con i nomi delle costellazioni; ai colori accesi e i profumi caldi di Rio de Janeiro. I personaggi del libro sono tutti accuratamente descritti: dalle sorelle, alla governante, alla domestica, tutte hanno caratteri ben definiti, e ruoli chiave da interpretare. “Maia, la bella; Ally, il capo; Star, la conciliatrice; CeCe, la pragmatica; Tiggy, l’altruista; Electra, l’esplosiva”, così la scrittrice definisce le sue “ bambine”, le sorelle cresciute in quel luogo da favola. In questo primo volume, la protagonista principale è Maia, bellissima e intelligente, nonché primogenita della famiglia. Compirà un'evoluzione psicologica formidabile, grazie alla ricerca delle sue origini.
"L'amore non conosce distanze;
non ha continente,
i suoi occhi sono come stelle."
Lo stile è accurato, elegante e a tratti poetico. Grazie alla magnificenza e all’originalità della storia, il lettore riuscirà ad immedesimarsi nelle vicende senza difficoltà. Il libro a tratti fa pensare ad una fiaba dei fratelli Grimm in chiave moderna, a tratti ai grandi classici della letteratura come “Piccole donne” o “Orgoglio e Pregiudizio”.
Consiglio assolutamente questo libro a chi ha voglia di tuffarsi in una storia avventurosa, enigmatica e emozionante.

mercoledì 20 giugno 2018

Il giullare della regina di Philippa Gregory.
"Ma in questo mondo, facciamo tutto ciò che dobbiamo fare, Robert. Facciamo tutti del nostro meglio. A volte indossiamo maschere a volte possiamo essere noi stessi, a volte le maschere sono più veritiere dei volti. Hannah non ha tradito nessuno ed era palesemente innocente. E' stata liberata. Tutto qui."

Hannah Green è una giovane ebrea che assieme al padre stampatore è fuggita dalla nativa Spagna in Inghilterra per salvarsi dall’Inquisizione che, quando era bambina, mandò sua madre al rogo. Abituata dal padre a vestire abiti maschili per maggiore protezione durante la fuga, lavora con lui nella stamperia ed è fidanzata con un giovane ebreo, Daniel Carpenter, che studia per diventare medico e che Hannah ha visto una volta sola. Ma la giovane ha anche un dono speciale e pericoloso: la chiaroveggenza.
Ed è proprio grazie a questo dono che viene introdotta come giullare da Robert Dudley alla corte di Lady Maria, la figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona; se inzialmente il compito sarebbe quello di fare la spia per i Dudley, col passare del tempo Hannah si affeziona alla nuova padrona tanto da divenire in breve tempo una persona di assoluta fiducia per la sfortunata principessa. Quando i rovesci della sorte portano Maria sul trono d’Inghilterra e i Dudley in prigione per tradimento, Hannah rimarrà a fianco della regina e assisterà di persona ai fatti che segneranno la storia del Paese, conoscendone di persona i protagonisti: oltre a Maria, donna tenace e dai sentimenti profondi ma sfortunata, Robert Dudley, per cui Hannah nutre una giovanile passione, e Lady Elisabetta, sorellastra di Maria, perfida e calcolatrice…
Anche con questo romanzo Philippa Gregory continua ad affascinarmi. Nonostante sia molto più romanzato rispetto a “L’altra donna del re”, “Il giullare della regina” si configura comunque come un buon romanzo storico per tutti gli appassionati della dinastia Tudor. Le vicende di Hanna Green (o Verde) si intrecciano alle vicende di corte per formare un magnifico tessuto di avvenimenti ricchi di storia, emozioni, paure e timori. L’odore di carne bruciata giunge fino alle nostre narici per illustrarci uno tra i tempi più bui che l’Inghilterra abbia mai conosciuto. I personaggi sono delineati con molta abilità, si rimane incantati dalla regina Maria, che nel corso del romanzo è diventata per tutti noi come una madre affettuosa, che fa tutto per amore dell’Inghilterra. Ci presenta un Elisabetta calcolatrice, astuta e avida di potere, desiderosa di vedere la sorella soffrire per la perdita del marito o meglio per la preferenza di suo marito nei confronti della sorellastra, figlia di una prostituta. L’astio tra le due sorelle è sempre maggiore tanto più che si ripercorrono alcuni avvenimenti del passato che vede Caterina d’Aragona umiliata e “scavalcata” da una donna che ha stregato il re con la sua bellezza e il suo fascino. Maria rivive così tutto ciò che l’ha segnata da piccola: la perdita di un padre amato, la perdita di una madre e la mancanza di un figlio tutto suo da accudire e al quale donare l’affetto a lei mancato. Più che alla vicenda di Hanna, mi sono appassionata alla storia che riguardava Maria, i contrasti con Elisabetta e le condanne al rogo che caratterizzarono l’Inghilterra in quel secolo. Philippa Gregory ha fatto davvero un buon lavoro, non ai livelli di “L’altra donna del re” ma sicuramente un buon romanzo che consiglio vivamente di leggere.
Un romanzo avvincente e sicuramente degno di nota per chi ama questo periodo storico e queste ambientazioni.