La libreria di Matik

giovedì 18 ottobre 2018

L'amante della regina vergine di Lucinda Riley.
«Intendo che qui continui ad esserci una sola padrona e nessun padrone»
Oggi la recensione sarà abbastanza breve perché il libro non mi è proprio piaciuto, l’ho trovato insipido e noioso e ne sono rimasta molto delusa a differenza dei precedenti che erano stati belli ed interessanti.
La storia è semplicissima, il classico triangolo amoroso con lui Robert Dudley, sposato con Amy che, come dice lo stesso titolo, diventa amante della regina Elisabetta, e tutti soffrono in modo indicibile punto, basta, nient’altro. La politica, la religione, l’economia, la guerra, cadono tutte in secondo piano per far spazio a questa storia d’amore.
I personaggi sono a dir poco stereotipati anche se in modo diverso da come mi aspettavo.
Robert è un giovane rampollo dell’aristocrazia molto arrivista, superficiale e a mio parere davvero borioso e antipatico, la sua famiglia si è macchiata dell’accusa di alto tradimento nei confronti della corona e lui tenta in tutti i modi di riabilitare il nome di famiglia e di ricominciare la scalata sociale e tornare ad essere ricco. Per raggiungere lo scopo, coglie al volo l’occasione e si avvicina alla nuova regina d’Inghilterra Elisabetta, che è stata sua amica d’infanzia e, facendo leva sul suo bell’aspetto e sulle sue ambizioni, diventa velocemente il suo favorito, e poi suo amante, nonostante i pettegolezzi che corrono di bocca in bocca.
La regina in questo libro è dipinta come una giovane ingenua donna alla rivalsa, che diventata di punto in bianco sovrana, non sa che pesci prendere e di conseguenza cerca appoggi e uomini di fiducia che sappiano consigliare le giuste mosse politiche e religiose da fare. Quindi altro che la forte regina coraggiosa e volitiva che conosciamo tutti! In questo libro è una ragazzina innamorata di se stessa che gioca con il suo trono e con la corte e finisce per cedere alle lusinghe di un uomo sposato mettendo tutto a rischio.
E poi c’è Amy, povera moglie di Robert che nonostante sia sempre rimasta al fianco del marito nei momenti di maggior disgrazia, viene umiliata dai pettegolezzi riguardo suo marito e soffre perché sa che molte delle cose che si raccontano sono vere. Lei che prima era tutto per Robert, viene messa da parte e dimenticata per dare libero sfogo ai desideri di gloria e lussuria del favorito della regina.
In generale, i personaggi non si fanno amare né tanto meno rispettare dal lettore.

venerdì 5 ottobre 2018

La rilegatrice di storie perdute di Cristina Caboni.
"Io li interrogo ed essi mi rispondono, e per me parlano e cantano... Alcuni allontanano le preoccupazioni e riportano il sorriso... altri mi insegnano a conoscere me stesso"... "I libri possiedono un grande potere. Accendono ciò che hai dentro, sono come scintille. Agiscono su quello che già esiste, permettendogli di crescere e svilupparsi."


In La rilegatrice di storie perdute, quarto romanzo di Cristina Caboni, a mettere insieme i pezzi di una storia dimenticata è Sofia Bauer, bibliotecaria di Roma alle prese con la separazione dal marito Alberto. Sofia si imbatte in una vecchissima edizione di uno scrittore romantico e decide di restaurarla. Ma le rilegatrici sono due: c’è anche Clarice, nobildonna vissuta i primi dell’Ottocento tra Vienna e Roma, che ha appreso l’arte della rilegatura in segreto.
Tra le due donne c’è una corrispondenza incredibile: la comune passione per i libri, spesso usati per evadere dalla realtà, un matrimonio sbagliato, il bisogno di fuggire e ricominciare. A connetterle è, naturalmente, il libro che Sofia sta restaurando, che nasconde pagine segrete scritte da Clarice. La ricerca della verità porta Sofia a incontrare Tomaso Leoni, schivo e affascinante grafologo, l’unica persona con cui Sofia non senta la necessità di “un negoziare continuo, un trovare compromessi”, l’unico con cui tornerà a “essere se stessa completamente”.
C’è indubbiamente molto fascino, dicevamo, nell’idea di trovare un libro antico, una storia, mettersi a investigare sulle tracce di un passato sbiadito. Purtroppo il fascino è proprio ciò che manca a questo romanzo.
Molto della magia di un libro viene dal suo linguaggio, dalla capacità dell’autore di inserire dialoghi serrati dove servono, in altri casi solo descrizioni, gesti. E a volte nulla (l’effetto del taglio di una frase, che rende la narrazione meno didascalica, può essere enorme). A mio giudizio qui manca il ritmo. Ho provato a chiedermi se il problema non fosse un altro: ho sbagliato libro, ma agli estimatori del genere questo tipo di linguaggio piace da matti. Non credo sia questo il punto: il romanzo è costruito sull’alternanza di due storie che procedono in parallelo ma sono narrate con un registro completamente diverso. Tra i due ho preferito quello della storia di Clarice, perché meno ridondante, più asciutto, efficace (pur essendo la sua storia ambientata due secoli fa). Quanto a Sofia, le parole della sua storia sono artificiose, costruite; troppe moine, sguardi, troppi dettagli banali di cui il lettore può anche fare a meno. Trovo che una parte del romanzo (quella ambientata ai giorni nostri) penalizzi l’altra.
Altra nota dolente: questa edizione del libro presenta diversi errori grammaticali, che francamente disturbano la lettura (per chi se ne accorge; per gli altri, è un’occasione mancata di imparare qualcosa da un libro).
Interessante, invece, l’idea di far precedere ogni capitolo da una citazione (Goethe, Dickens, Hemingway, Shelley, Austen, solo per citarne alcuni). È questo, credo, uno degli aspetti del volume che meglio esprimono l’amore per la lettura, la volontà dell’autrice di scrivere per gli appassionati, per chi considera il libro un fine e non un mezzo. Questo e, certamente, il fatto stesso che i libri siano ciò che salva le due protagoniste, in un caso offrendo un rifugio, nell’altro una spinta a rimettere in movimento la vita. Per un romanzo che ha l’ambizione di esprimere la passione per la lettura, di parlare con i librai e i lettori, però, il linguaggio non è adeguato, il finale è un po’ debole (parlo sempre della storia di Sofia, quella di Clarice sarebbe bastata a se stessa, sotto ogni punto di vista), il risultato non convince.

venerdì 31 agosto 2018

Ally nella tempesta di Lucinda Riley.
"Nei momenti di debolezza, troverai la tua più grande forza."
Per il suo temperamento forte e determinato, Ally rappresenta per le altre un punto di riferimento importante, quasi fosse il loro leader. Per questo motivo, anche a fronte della tempesta che dovrà attraversare, Ally si sentirà in dovere di non cedere e non mostrarsi mai troppo vulnerabile agli eventi.
Inaspettata giunge la notizia della morte dell’amato Pa Salt, il ricchissimo padre adottivo che ha cresciuto le proprie figlie nella reggia di Atlantis, ai piedi del lago di Ginevra, proprio mentre Ally, velista esperta, sta navigando i mari dell’Egeo. La passione per la vela, instillata in Ally dal padre, diventerà ancora più intensa dopo la sua scomparsa, anche spronata da Theo, stimatissimo collega del quale Ally si innamora perdutamente e col quale comincia una meravigliosa relazione.
Così come accaduto a Maia, anche Ally riceverà come ultimo dono da parte del padre una serie di indizi utili a portarla, se vorrà, a conoscere le sue origini e la sua storia.
Una straordinaria sequenza di eventi e dolori porterà Ally nella magnifica atmosfera dei fiordi norvegesi dove, attraverso laboriose ricerche, conoscerà le proprie radici e avrà modo di riabbracciare un’altra abbandonata passione: la musica.
Sulla scia della storia di Maia, l’autrice ci porta indietro di oltre un secolo e ci racconta la turbolenta storia di Anna Landvik, famosa cantante d’opera norvegese del tardo Ottocento, e della sua famiglia. Quella che ci viene raccontata è, ancora una volta, una storia drammatica segnata dall’incombenza delle guerre mondiali e della musica del tempo, che ha visto fiorire i più grandi compositori europei.
La narrazione su piani diversi ci porta a spasso nel tempo, ma anche nello spazio tra le grandi città europee teatro di intricate passioni e grandi amori. Grazie ai suoi nuovi amici e alla famiglia ritrovata, Ally troverà il coraggio di alzare il sipario e scoprire finalmente quale strano scherzo del destino l’ha portata a far parte di quella cerchia di sorelle legate dal nome della costellazione delle Pleiadi.
Una volta aggiunto quel tassello mancante, Ally sarà in grado di proseguire la sua vita e abbracciare un’esistenza mai priva di sorprese.
Il tratto romantico dell’autrice si mescola piacevolmente ai dettagli musicali, lasciando il passo ad allusioni e riferimenti al mondo della vela e del mare. La descrizione dei luoghi è, come sempre, minuziosa e affascinante.
Col suo irresistibile stile, Lucinda Riley, rende le sue 545 pagine appassionanti e cariche di emozione. Nonostante il romanzo ricalchi la struttura e l’intreccio del precedente, la lettura non annoia mai e, se possibile, risulta ancora più avvincente, oltre a lasciare una grande sete di conoscenza sul destino delle restanti sorelle.
L’aspetto più interessante dell’opera della Riley è che, nonostante ogni libro racconti e racconterà la storia di ogni singola sorella, è possibile individuare, misteriosamente inseriti in ogni romanzo, dettagli che ci attendiamo portino a delineare l’impenetrabile figura del magnate svizzero.

lunedì 27 agosto 2018

L'amante del Doge di Carla Maria Russo.
"Vi proibisco di pronunziare simili ingiuriose illazioni. Io ho difeso Caterina Dolfin da coloro che, per gelosia e meschina invidia, l'hanno calunniata e hanno tentato di punirla della colpa di essere intelligente, colta, capace di scelte di grande coraggio. Una donna che la società teme perché non si lascia spaventare e imbrigliare con docilità nei suoi schemi. Per di più, bellissima. Di gran lunga la più affascinante e raffinata signora che io abbia mai incontrato o che Venezia abbia potuto vantare. Troppe qualità insieme. Il mondo L'avrebbe fatta a pezzi, se non l'avessi protetta." (Andra Tron il doge).
Il romanzo è ambientato nella Repubblica di Venezia nella metà del Settecento, in un clima limitato dalla morsa dell’Inquisizione, dove si svolge la vita di Caterina Dolfin, una donna molto bella, amante della letteratura e della filosofia, la cui vita si intreccia quasi per caso con quella dell’uomo più potente della Serenissima, Andrea Tron, ambasciatore a Vienna, Parigi e Roma, nonché procuratore di San Marco e savio del consiglio. Veniva ironicamente chiamato nelle satire veneziane “il patron” per simboleggiare con questa rima riferita al cognome, anche il potere di cui godeva a Venezia. Andrea Tron è al tempo del romanzo un uomo sui 40 anni, molto attraente e particolarmente conosciuto in tutta Europa come gentiluomo di cui ogni donna si innamora facilmente. Anche l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, pare gli fosse estremamente legata da un legame lavorativo, ma anche di stima e affetto (un rapporto che non si sviluppò mai sentimentalmente).
La giovane Caterina, figlia unica, con una buona istruzione, sposò Marcantonio Tiepolo, un patrizio di mediocri sostanze e di scarse ambizioni per volontà della madre. Una sera del carnevale 1755, abbandona di nascosto la casa familiare per andare a divertirsi con degli amici nella dimora del console inglese Smith. La ragazza attira subito e benevolmente l’attenzione dell’uomo non solo per la sua bellezza ma anche per la sua mente colta e raffinata, così attratta dalle teorie liberali di quegli illuministi i cui libri erano vietati a Venezia. Proprio nella biblioteca del console, Caterina conosce Andrea Tron e tra i due ci sarà un colpo di fulmine che li porterà ad un tacito accordo secondo il quale la donna diventerà sua amante, mentre l’uomo le garantirà una vita lussuosa in libertà per il resto dei suoi giorni.
Un rapporto “moderno” in cui le parti stabiliscono un patto sulla necessità di Andrea Tron di averla e di Caterina di possedere quella libertà e quella ricchezza che tanto le erano mancate in gioventù e avevano causato quel matrimonio “obbligato” con un uomo che le faceva ribrezzo.
Caterina lotterà, farà di se un’intellettuale dell’Arcadia, pubblicherà dei versi per il padre e diventerà una sorta di mecenate degli artisti, specialmente di quelli più liberali, attratti da idee rivoluzionarie. Lotterà anche davanti alla società, finchè dopo vent’anni riuscirà ad ottenere dal Tribunale l’annullamento delle nozze proprio perché non accondiscendente. E l’amore matura, cresce, muore, risorge…ma ha un solo punto fisso: Andrea Tron. Colui che la mantiene da anni, con il quale ha vissuto da “moglie” per due anni, un uomo che ha sempre rispettato le sue richieste ed esigenze senza intromettersi nella sua vita privata e giudicarla. Il loro è un rapporto libero, ma fino a quando? Arriverà un momento in cui uno dei due deciderà di porre fine a questo tiro alla fune e decidersi a trascorrere il resto della vita insieme come marito e moglie?
Lo scoprirete leggendo il romanzo che vi rapirà tra i balli sfarzosi, le luci sul canal grande, gondole che scivolano nell’acqua, maschere decorate, gli abiti scollati e sfarzosi del Settecento.

mercoledì 8 agosto 2018

Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys.

Ci sono pagine della storia che non tutti conosciamo, ci sono eccidi ricoperti dall’oblio che gridano il loro dolore.


Oggi vorrei, nel mio piccolo, dare voce ai milioni di uomini uccisi nei Gulag sovietici. Per ricordare le vittime del comunismo staliniano e la loro tragedia umanitaria che si è perpetuata in contemporanea con l’eccidio del popolo ebreo. Mentre Hitler infieriva sugli ebrei, in Russia, Stalin, riversava tutto il suo odio sulle popolazioni baltiche: Lettoni, Estoni, Ucraini. Gli ebrei furono deportati nei campi di concentramento, in Russia, invece, i prigionieri, considerati “nullità”, venivano condotti nei campi della Siberia ai lavori forzati. Milioni di persone furono deportate per anni nei Gulag senza che nessuno riuscisse a porre un freno a tanta ferocia.
Hitler e Stalin erano due demoni per un unico inferno: la Terra.
“Avevano spento anche la luna” di Ruta Sepetys, edito Garzanti, parla delle deportazioni nei campi di lavoro sovietici. E’ un romanzo ispirato a una storia vera, agghiacciante e drammatica. Un’altra tragedia del Novecento sepolta sotto l’indifferenza.
"Mi portarono via in camicia da notte. Ripensandoci, i segnali c’erano tutti: foto di famiglia bruciate nel camino, la mamma che nel cuore della notte cuciva l’argenteria e i gioielli più belli nella fodera del suo cappotto e il papà che non tornava dal lavoro. Il mio fratellino, Jonas, continuava a fare domande. Anch’io ne facevo, ma forse mi rifiutavo di riconoscere i segnali. Solo più tardi mi resi conto che la mamma e il papà intendevano scappare con noi. Ma non scappammo. Fummo portati via."
Un rumore di passi nella notte, un bussare, anzi "un rimbombo cupo e insistente", alla porta. L’NKVD, la polizia segreta sovietica, entra in casa ed è l’inizio di un incubo.
14 giugno 1941. L’NKVD irrompe in casa della quindicenne lituana Lina. Lei, il fratello Jonas e la madre Elena hanno appena il tempo di porre in una valigia qualche avere prima di essere caricate su un treno, con centinaia di altri prigionieri, che li condurrà in un villaggio siberiano dove saranno costretti a lavorare in condizioni disumane. Non si può far nulla, opporsi significa morire. Si può solo cercare di sopravvivere senza rinunciare alla propria dignità.
"Per i sovietici non esistono più la Lituania, la Lettonia o l’Estonia. Stalin deve liberarsi completamente di noi per sgomberare dai rifiuti la sua visione. Rifiuti. Era questo che eravamo per Stalin?"
Donne, bambini, vecchi, infermi, tutti a combattere a mani nude contro la ferocia umana.
"Li odiavo, quelli dell’NKVD e i sovietici. Piantai un seme di odio nel mio cuore. Giurai che sarebbe cresciuto fino a diventare un albero imponente, le cui radici li avrebbero strangolati tutti."
Questi sono i pensieri di Lina, “colpevole di esistere”. Lina appassionata di pittura, ammiratrice delle opere di Munch, è impreparata al proprio destino ma ha, in sé, un gran coraggio. Sfrutterà la sua bravura nel disegno per ritrarre ciò che accadeva nel campo di lavoro. Un modo per continuare a sperare.
"Mi hanno tolto tutto. Mi hanno lasciato soltanto il buio e il freddo. Ma io voglio vivere. A ogni costo."
Vivere è una sfida continua nei campi di lavoro: malnutriti, esposti a un clima polare senza adeguati vestiti, umiliati nel corpo e nell’animo. Erano partiti in tanti ma in pochi sopravvissero. La pietà, il rispetto, l’amore per il prossimo, erano “merce” rara, anzi rarissima nel gulag dove la vita umana valeva zero. Intanto il mondo incancrenito dal male soffriva in silenzio. Di fronte alla malvagità dell’uomo la Terra, inorridita da tanta crudeltà, si ripiegava su se stessa. La luce del Bene cedeva il passo al buio del Male. Anche la Luna chiudeva gli occhi e piangeva.
Come scriveva Pascoli nella poesia “ X Agosto ” :
E tu, cielo, dall’alto dei mondi
sereno, infinito,immortale,
oh! D’un pianto di stelle l’inondi
quest’atomo opaco del male!
La crudeltà dell’uomo rende oscuro il nostro pianeta che non riesce a liberarsi dalla presenza del male. Ma la speranza, il dolore immenso, il coraggio possono far breccia nei cuori dannati. Forse non tutto è perduto per l’umanità. Forse la compassione umana impedirà il ripetersi di questo genere di malvagità. Forse.
“Avevano spento anche la luna” è un romanzo struggente che tutti dovrebbero leggere. E’ una testimonianza, anche se indiretta, degli orrori dei Gulag usati come strumento di repressione. Lina rappresenta la sofferenza e il coraggio di più di venti milioni di persone uccise “nel periodo del terrore”. Oggi c’è ancora chi nega questa realtà.
Emozioni profonde mi hanno fatto compagnia durante la lettura di questo romanzo crudele nella sua realtà. Ho sofferto e pianto con Lina, ho sperato che qualche “angelo” proteggesse i prigionieri, ho provato un odio intenso verso le guardie disumane. Quando un barlume di umanità è apparso nella notte del Male ho gioito pensando che l’uomo forse ha ancora una possibilità di salvezza. Se ricomincerà a sentire il battito del suo cuore e a porgere la mano verso il suo prossimo potrà sperare in un futuro migliore dove non ci saranno più morti a causa di oppressioni, razzismo e ingiustizia.
Per non dimenticare diamo voce ai più deboli, difendiamo la libertà e la pace. Costruiamo un futuro migliore per tutti e anche la Luna, da lassù, sorriderà illuminandosi con un bel sorriso.
Per lasciarvi con un invito alla speranza, vi riporto una citazione di Albert Camus:
“Alla fine ho imparato che, anche nel profondo dell’inverno,
dentro di me regnava un’invincibile estate.”
Le sette sorelle: La storia di Maia di Lucinda Riley

"Non lasciare mai che la paura decida del tuo destino."

Le sette sorelle è il primo libro di una saga composta da sette volumi, creata da Lucinda Riley. Un romanzo pieno di avventura, scoperte emozionanti e legami forti. La storia narra le vicende delle sorelle D’Aplièse. Sette ragazze adottate da ogni angolo del mondo da un uomo di nome Pa’Salt, che si è premurato di dar loro una casa, una vita agiata e i nomi delle Pleiadi. Nel presente, Maia è l’unica delle sorelle ad abitare ancora con il padre al castello di Atlantis, sulle rive del lago Ginevra.
Tutto fa pensare apparentemente ad un fiaba, fino a quando la situazione non precipita. Durante un soggiorno a Londra da un'amica, Maia riceve una telefonata che le spezza il cuore: Pa’ Salt è morto. La notizia sconvolge le sette ragazze, che si precipitano al castello affrante. Durante il soggiorno, scoprono che quell'uomo benevolo e affettuoso che le ha cresciute, ha lasciato loro in eredità una sfera armillare, i cui anelli recano incise delle coordinate misteriose. Sarà proprio Maia, la più coraggiosa tra tutte, a impegnarsi per decifrare il codice. La ragazza, armata di determinazione, partirà alla scoperta delle sue origini, in un viaggio che la condurrà per le strade di Rio de Janeiro, dove una serie di lettere antiche, appartenute alla sua antenata Izabela, le racconteranno di una storia d’amore emozionante e intensa. Grazie all'aiuto di uno scrittore, personaggio singolare e affascinante di nome Floriano, Maia riuscirà a ripercorrere il percorso di un amore antico, sbocciato nella Parigi bohémienne degli anni ’20. Cosa scoprirà di tanto sconvolgente? Riuscirà ad accettare le sue origini?
"Tutti hanno dei segreti, ma ti prego di credermi se ti dico che a questo mondo la famiglia è tutto. E che l'amore di un genitore per un figlio è la forza più potente delle terra."
L’ambientazione è particolare: dal paesaggio fiabesco del castello di Atlantis, popolato da sette sorelle con i nomi delle costellazioni; ai colori accesi e i profumi caldi di Rio de Janeiro. I personaggi del libro sono tutti accuratamente descritti: dalle sorelle, alla governante, alla domestica, tutte hanno caratteri ben definiti, e ruoli chiave da interpretare. “Maia, la bella; Ally, il capo; Star, la conciliatrice; CeCe, la pragmatica; Tiggy, l’altruista; Electra, l’esplosiva”, così la scrittrice definisce le sue “ bambine”, le sorelle cresciute in quel luogo da favola. In questo primo volume, la protagonista principale è Maia, bellissima e intelligente, nonché primogenita della famiglia. Compirà un'evoluzione psicologica formidabile, grazie alla ricerca delle sue origini.
"L'amore non conosce distanze;
non ha continente,
i suoi occhi sono come stelle."
Lo stile è accurato, elegante e a tratti poetico. Grazie alla magnificenza e all’originalità della storia, il lettore riuscirà ad immedesimarsi nelle vicende senza difficoltà. Il libro a tratti fa pensare ad una fiaba dei fratelli Grimm in chiave moderna, a tratti ai grandi classici della letteratura come “Piccole donne” o “Orgoglio e Pregiudizio”.
Consiglio assolutamente questo libro a chi ha voglia di tuffarsi in una storia avventurosa, enigmatica e emozionante.

mercoledì 20 giugno 2018

Il giullare della regina di Philippa Gregory.
"Ma in questo mondo, facciamo tutto ciò che dobbiamo fare, Robert. Facciamo tutti del nostro meglio. A volte indossiamo maschere a volte possiamo essere noi stessi, a volte le maschere sono più veritiere dei volti. Hannah non ha tradito nessuno ed era palesemente innocente. E' stata liberata. Tutto qui."

Hannah Green è una giovane ebrea che assieme al padre stampatore è fuggita dalla nativa Spagna in Inghilterra per salvarsi dall’Inquisizione che, quando era bambina, mandò sua madre al rogo. Abituata dal padre a vestire abiti maschili per maggiore protezione durante la fuga, lavora con lui nella stamperia ed è fidanzata con un giovane ebreo, Daniel Carpenter, che studia per diventare medico e che Hannah ha visto una volta sola. Ma la giovane ha anche un dono speciale e pericoloso: la chiaroveggenza.
Ed è proprio grazie a questo dono che viene introdotta come giullare da Robert Dudley alla corte di Lady Maria, la figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona; se inzialmente il compito sarebbe quello di fare la spia per i Dudley, col passare del tempo Hannah si affeziona alla nuova padrona tanto da divenire in breve tempo una persona di assoluta fiducia per la sfortunata principessa. Quando i rovesci della sorte portano Maria sul trono d’Inghilterra e i Dudley in prigione per tradimento, Hannah rimarrà a fianco della regina e assisterà di persona ai fatti che segneranno la storia del Paese, conoscendone di persona i protagonisti: oltre a Maria, donna tenace e dai sentimenti profondi ma sfortunata, Robert Dudley, per cui Hannah nutre una giovanile passione, e Lady Elisabetta, sorellastra di Maria, perfida e calcolatrice…
Anche con questo romanzo Philippa Gregory continua ad affascinarmi. Nonostante sia molto più romanzato rispetto a “L’altra donna del re”, “Il giullare della regina” si configura comunque come un buon romanzo storico per tutti gli appassionati della dinastia Tudor. Le vicende di Hanna Green (o Verde) si intrecciano alle vicende di corte per formare un magnifico tessuto di avvenimenti ricchi di storia, emozioni, paure e timori. L’odore di carne bruciata giunge fino alle nostre narici per illustrarci uno tra i tempi più bui che l’Inghilterra abbia mai conosciuto. I personaggi sono delineati con molta abilità, si rimane incantati dalla regina Maria, che nel corso del romanzo è diventata per tutti noi come una madre affettuosa, che fa tutto per amore dell’Inghilterra. Ci presenta un Elisabetta calcolatrice, astuta e avida di potere, desiderosa di vedere la sorella soffrire per la perdita del marito o meglio per la preferenza di suo marito nei confronti della sorellastra, figlia di una prostituta. L’astio tra le due sorelle è sempre maggiore tanto più che si ripercorrono alcuni avvenimenti del passato che vede Caterina d’Aragona umiliata e “scavalcata” da una donna che ha stregato il re con la sua bellezza e il suo fascino. Maria rivive così tutto ciò che l’ha segnata da piccola: la perdita di un padre amato, la perdita di una madre e la mancanza di un figlio tutto suo da accudire e al quale donare l’affetto a lei mancato. Più che alla vicenda di Hanna, mi sono appassionata alla storia che riguardava Maria, i contrasti con Elisabetta e le condanne al rogo che caratterizzarono l’Inghilterra in quel secolo. Philippa Gregory ha fatto davvero un buon lavoro, non ai livelli di “L’altra donna del re” ma sicuramente un buon romanzo che consiglio vivamente di leggere.
Un romanzo avvincente e sicuramente degno di nota per chi ama questo periodo storico e queste ambientazioni.
I delitti di Mangle Street di M.R.C.Kasasian.
"Ma io ho due motori che mi spingono nella vita. Il primo è l'amore del denaro e il secondo è l'odio della menzogna, e sarei pronto a morire io stesso sulla forca piuttosto che sacrificare la verità."

Dopo essere rimasta orfana, March Middleton si vede costretta a lasciare la sua solitaria casa di campagna per raggiungere Londra e il suo tutore legale: Sidney Grice.
Lui è un uomo solitario e scontroso che per vivere fa l’investigatore privato e quindi March si trova ad usare il suo acume per aiutare un riluttante Mr Grice nella soluzione di un nuovo caso misterioso e avventuroso.
“I delitti di Mangle Street” fanno parte di una serie di gialli ambientati nella Londra di metà ottocento. Sin dalle prime pagine è evidente la forte influenza del mitico Sherlock Holmes per quanto riguarda i personaggi e i casi trattati, ma adesso mi spiego meglio. L’ambientazione è pressoché la stessa, il carattere di Sidney Grice è irritante e snob ma nasconde una mente acuta e una capacità di osservare fuori dal comune: tutto questo vi ricorda qualcosa? Da appassionata dei romanzi di Sherlock Holmes queste caratteristiche assolutamente uniche e peculiari mi sono saltate all’occhio subito ma, complice la protagonista femminile che mi ha incuriosito e il caso davvero complesso, sono comunque riuscita ad apprezzare la lettura. Di solito questi rifacimenti strani mi lasciano davvero scontenta ma, in questo caso, ho addirittura deciso di proseguire la lettura della serie con le altre avventure dei due.
March è una ragazza sola ma realista con pochi grilli nella testa e, dopo la morte del padre, si ritrova a vivere con questo tutore che è un perfetto sconosciuto e per di più è sgarbato e insensibile. Insomma, il loro rapporto non è idilliaco, anche perché l’investigatore sottovaluta notevolmente la protagonista, ma pian piano, con la soluzione del caso, i apporti iniziano a cambiare e a diventare più amichevoli.
Insomma, ho trovato simpatica la protagonista, interessante il mistero da risolvere e divertente il rapporto tra March e Sidney.
"Nessun uomo ha il diritto di stabilire che un altro deve morire. Può imprigionarlo, se deve, ma spetta solo a Dio decidere della vita e della morte."
L'amore e gli stracci del tempo di Anilda Ibrahimi.
“Come se l’anno non avesse altri giorni”.

Zlatan e Ajkuna non ricordano il momento esatto in cui è nato il loro amore. Si conoscono da sempre, da quando i genitori di lui hanno attraversato le Montagne Maledette per portale lei e sua madre a Priština, vicino al carcere dov’era stato ingiustamente chiuso per dieci anni suo padre Besor. Due famiglie - una serba l’altra kosovara - unite da passioni e ideali comuni, da una grande amicizia che va al di là di ogni tipo di pregiudizio. Anche quando, soprattutto, il resto degli abitanti del loro paese decide di scatenare un conflitto sulla base di un orgoglio nazionalista che li rende sempre più ciechi e pronti a rinnegare tutti coloro che fino ad un momento prima erano fratelli. Nel 1999 un serbo non può essere amico di un schipetaro. E nella notte di Capodanno 1999, Zlatan è costretto ad allontanarsi dal’unica donna che abbia mai amato per servire la propria patria, che ormai appare lontana anni luce da quella in cui aveva imparato a crescere. Gettato controvoglia e a forza in una guerra dalla quale vuole uscire vivo per mantenere la promessa fatta a Ajkuna: rivedersi non importa dove, non importa quando...
"Vorrei sciogliere la nebbia che copriva le tue battaglie, che tue non erano."
Questo non è solo un romanzo di guerra e di passione, ma principalmente un romanzo di viaggi: della disperazione (perchè in tempo di guerra la speranza non è sempre disponibile), di amore. Viaggi che vengono fatti per allontanarsi da una situazione terribile e altri che portano verso una soluzione solo all’apparenza migliore. Fortunatamente, Anilda Ibrahimi non sembra seguire mere logiche di mercato editoriale, ma soltanto quelle dei sentimenti, narrati con un’immediatezza e una naturalezza che consentono il coinvolgimento emotivo anche del meno empatico dei lettori. Le vicende dei diversi personaggi, che, occorre specificare, sono ben delineati, si mischiano a quelle dei Balcani riportate dall’interno, quasi dalle viscere di questa zona “maltrattata” dell’Europa, e senza giudizi o opinioni purchessia.
Un romanzo che ci fa capire she si sopravvive anche all’amore, anche quando scopri, aprendo la porta, che, ormai, sei innamorata di un passato che non potrà tornare. “Il tempo verrà a chiedere di loro” e non resterà che rubare i suoi stracci perchè il passato ha tutti gli istanti del presente.
"Il tempo ha distrutto il vostro amore?
Nulla può distruggere quello che è stato, nemmeno il tempo. Quello che è stato tra me e la mamma rimarrà sempre con noi. Il tempo ha portato altre cose nelle nostre vite, tutto qui."
"la sorte può essere crudele, trasforma le persone in lettere mandate al momento sbagliato a chi in ritardo a chi in anticipo."

giovedì 10 maggio 2018

Una famiglia america di Joyce Carol Oates.
"Per parecchio tempo ci avete compianto. Per parecchio tempo ci avete ammirato, poi avete pensato -Bene! E' quello che si meritano."

"Una famiglia americane" è quella dei Mulvaney, Michael, Corinne e i quattro figli, l’America è quella rurale, piovosa, fredda e sferzata dal vento del nord dello stato di New York, dove i Mulvaney vivono in una grande casa di campagna immersa nella natura; mattoni e legno dipinto di lilla, un luogo incantato, un Eden dove i ragazzi Mulvaney crescono in un'atmosfera di allegro cameratismo, circondati da animali di ogni tipo.
High Point Farm è il regno dei Mulvaney e i Mulvaney sono la famiglia del sogno americano: sposati nel dopoguerra, sull'onda del boom economico, Michael e Corinne si sono fatti dal nulla, lui imprenditore ambizioso e gran lavoratore, lei madre e moglie devota, sorretta da un'incrollabile fede cristiana. E poi ci sono i quattro figli, ragazzi "speciali", dal campione sportivo idolo del liceo locale, Mike jr., al piccolo Judd, il minore, passando per la bella cheerleader Marianne e per lo studioso, introverso e geniale Patrick.
Stimati, popolari, invidiati. Fino a quando la cattiva sorte bussa alla porta di High Point Farm. Qualcosa di terribile accade nella notte di San Valentino del 1976 alla giovane e bellissima Marianne, l'unica femmina, la principessa di papà; si tratta di qualcosa di innominabile, destinato a far implodere la famiglia perfetta, scuotendola dalle fondamenta e lasciandola nuda davanti alla propria debolezza e a un perbenismo ipocrita che, durante la lettura, mi ha più di una volta fatto sentire a disagio.
"In una famiglia, ciò che non viene detto è ciò che si cerca di sentire. Ma il rumore di una famiglia lo soffoca".
È una parabola discendente verso l'inferno, quella che ci racconta la Oates, niente e nessuno verrò risparmiato. Ciascun membro della famiglia la vivrà a modo suo, chi con rabbia, chi con senso di colpa, chi indugiando nell'alcool, chi mettendo la testa sotto la sabbia e pregando: unico comune denominatore, per tutti, un silenzio colpevole, una mancanza di reciproca fiducia, che porterà i Mulvaney a una vera e propria diaspora.
Nei vent'anni successivi all'"evento" assisteremo a una serie infinita di ipocrisie, di strane, mutevoli alleanze, e di dolorosi tradimenti tra i membri della famiglia, che, trincerati dietro alibi inconsistenti e inutili preghiere, non saranno in grado di proteggersi e accogliersi vicendevolmente, di comportarsi da vera "famiglia", fino all'epilogo inaspettatamente dolce amaro.
"Non c'è Satana ma c'è il male. Il male è presente nel programma genetico della nostra specie, come la rapacità ai danni della natura, l'avidità e la superstizione e la stupidità. Intendo l'inclinazione a queste cose. Siamo liberi di scegliere se attivare o no il male che abbiamo dentro. Possediamo il libero arbitrio."
Questa corposa, amarissima, storia americana mi ha fatto penare non poco. Ne ho amato l'ambientazione, lo studio psicologico precisissimo dei personaggi, le grandi contraddizioni umane, raccontate in modo molto coinvolgente (ho provato odio, angoscia, commozione, ho pure versato una lacrimuccia), d'altro canto la mole del libro, le tante divagazioni e descrizioni di luoghi e personaggi secondari, hanno sicuramente reso meno potente l'effetto generale. Una lettura un po’ a singhiozzo, in cui capitoli di grande impatto emotivo, lasciano improvvisamente il posto a pagine francamente di troppo.
Una famiglia americana è un romanzo impegnativo, richiede tempo e costanza, non è un libro che scivola via con leggerezza, ma è una storia che regala emozioni e che non si dimentica, malgrado una certa ridondanza.
Personalmente sono felice di aver letto questo libro e sicuramente proverò anche ad affrontarne altri di questa scrittrice.
Concludo dicendo che il motto usato da questa famiglia è : Pregherò per te (ma intanto salvati da solo).

mercoledì 18 aprile 2018

Il ragazzo nuovo di Tracy Chevalier.
"Il vortice e la quiete. Il moto e l'immobilità. Il bianco e il nero. Il cortile non era mai stato un luogo ordinato, ma il nuovo arrivato, aveva introdotto un contrappeso che aveva qualcosa di inquietante, e Mimì scrollò la testa come per chiarirsi le idee."

America, anni ’70, Washington DC. Manca un mese all’inizio dell’estate e per Osei è uno dei tanti “primi giorni” in una nuova scuola, ci è abituato ormai: città nuova, scuola nuova, ragazzi nuovi e come sempre, nessuno come lui… già, nessuno perché lui è nero. Appena mette piede nel cortile Osei capisce già che niente sarà facile, come sempre del resto, eppure c’è qualcuno che lo nota: Dee. Lei è una delle ragazze più belle e popolari della scuola e alla vista di questo “strano” ragazzo, ne rimane affascinata; nasce subito un sentimento che va al di là di ogni pensiero, di ogni diversità ed appare tutto una favola agli occhi dei due ragazzini... ma forse né Dee, né Osei hanno messo in conto che non per tutti il ragazzo nuovo è un qualcuno di interessante, tutto da scoprire. Cosa ne sarà di loro, della loro storia? Ce la farà Dee a superare i pregiudizi degli altri? A superare gli occhi e le parole indiscrete che tutti riservano per il suo Osei? E lui, ce la farà a guardare oltre, a scavalcare tutti i muri che meditano di costruire per ostacolarlo?
Il ragazzo nuovo è un romanzo pieno di significati, una rivisitazione in chiave moderna dell’Otello shakespeariano con tematiche che, purtroppo, nonostante il tempo, l’evoluzione e la storia non sono scomparse. Un amore ostacolato da una diversità che dovrebbe essere esaltata ma che viene male evidenziata dalla società; un amore sano, puro, che solo dei ragazzini innocenti possono sognare, in un mondo dove l’ignoranza e la cattiveria decidono per tutti. Dee è diversa dalle altre ragazze, a lei non interessa di che colore sia la pelle di Osei, per lei è bello, interessante e lo vuole suo. Ma c’è chi non medita le stesse cose, chi vede in lui un pericolo, perché Osei non è normale, lui è nero, malvagio, da evitare. Una lezione di vita per ragazzi ma soprattutto per adulti, che insegna quanto un pregiudizio possa nuocere all’uomo, quanto possa tappare le ali della libertà che tutti gli individui, bianchi o neri che siano, meritano.
A mio parere questo è un romanzo che andrebbe letto da piccoli e grandi, veritiero, forte e di cui tener conto. In un mondo dove tutti credono di sapere, di conoscere, serve da lezione per far capire quanto la mente umana, adulta o bambina che sia, possa essere ottusa e violare i principi cardini di ”essere uomo”. Sulle basi di un grandissimo capolavoro di Shakespeare, questo libro è la dimostrazione che al mondo nulla cambia del tutto, anche a distanza di secoli. Quella del razzismo non è una guerra vinta, ma resterà sempre una guerra aperta per chi non è capace di guardare oltre e di allargare la propria visuale. La storia avvincente di questi ragazzi, per quanto frivola possa sembrare, mostra le dure lacune della società in cui viviamo e aiuta a definire idee e concetti molto importanti per chiunque voglia definirsi “umano.”
"C'era da rimanere sgomenti: gli adulti avevano il dono di trasformare il mondo in un posto spaventoso."

venerdì 6 aprile 2018

La ragazza nel parco di Alafair Burke.
"Ma io so qualcosa che non sa nessun altro: non sono stato io. Quindi la prego, per un attimo - soltanto uno-, provi a immaginare che io sia davvero innocente. E poi magari utto quello che ha appena detto le apparirà sotto una luce diversa."
La ragazza nel parco è il primo thriller che leggo di Alafair Burke e, anche se ne avevo sentito pareri entusiasti, non l’ho trovato brillante come speravo.
Inizialmente la storia è avvincente e, come la stessa protagonista, anche il lettore si sente scivolare pian piano nel baratro dell’incertezza. Jack ha ammazzato tre persone a sangue freddo? Può essere arrivato a tanto per vendicare la morte della moglie? Ma soprattutto… è davvero la persona fragile che Olivia ha conosciuto tanti anni prima o ha un lato oscuro?
L’unico modo per provare l’innocenza di Jack è trovare la misteriosa ragazza che gli ha dato appuntamento sul luogo dove pochi minuti dopo ci sarebbe stata una sparatoria. Ma le sue tracce si perdono in una casella postale disattivata.
Via via che si procede nelle indagini, il caso si ingarbuglia al punto giusto anche se tutti i pezzi sembrano riportare a quel passato che ha visto i due protagonisti a un passo dall’altare.
"Forse era colpevole; forse era un psicopatico pieno di rabbia e desiderio di vendetta. Ma chi l’aveva ridotto in quello stato? Io. Ero stata io."
Finché… finché, ad un certo punto, proprio mentre il mistero si infittisce, mi si è accesa la lampadina.
Solitamente non sono così arguta nel prevedere dove un thriller vuole andare a parare e non capisco quale piega prenderà la storia se non quando è esplicitamente dichiarato. Bene, questa volta invece mi è stato abbastanza chiaro e dato che dubito di essere diventata improvvisamente un detective provetto, devo imputare questa intuizione a qualcosa che non ha funzionato nella costruzione del romanzo. Con ogni probabilità gli elementi erano troppo evidenti.
Detto questo, il fatto di aver compreso già il finale non mi ha tolto il gusto di procedere con la lettura e devo dire che ho trovato quello che cercavo: un libro rilassante che mi offrisse una pausa da letture più impegnative.

mercoledì 28 marzo 2018

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout.
"Ciascuno di voi ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Non state mai a preoccuparvi per la storia. Tanto ne avete una sola."

Oggi sono qui per raccontarvi una delle mie ultime letture, si tratta di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout.
Due donne in ospedale, l'atmosfera è ovattata, la luce soffusa per non infastidire la malata, Lucy, febbricitante per un'infezione post chirurgica. Dalla finestra della camera la vista mozzafiato dei grattacieli di New York e seduta su una sedia scomoda, un po' imbarazzata, la madre di Lucy. Potrebbe sembrare un normale quadro famigliare, se non fosse che Lucy e sua madre non si vedono da decenni, da quando la figlia lasciò il minuscolo paese rurale del Midwest dove era cresciuta tra stenti e violenze domestiche, fuggendo lontano per studiare e ricominciare una nuova esistenza.
Ed ora eccole ricongiunte, madre e figlia, vicine fisicamente in quella stanzetta d'ospedale, ma separate da una voragine di anni e silenzio durante i quali Lucy è diventata moglie, ha dato alla luce due bimbe ed ha intrapreso la carriera di scrittrice: una vita nuova di zecca, che non è peraltro riuscita a cancellare del tutto il passato. Di fronte a una madre che non è mai stata in grado di proteggerla né di prendere le sue difese, una donna invecchiata che si è presentata inaspettatamente al suo capezzale e che non trova di meglio, per riempire i silenzi ingombranti, che snocciolare pettegolezzi su vecchie conoscenze di quella comunità che la figlia ha abbandonato da anni, raccontando di famiglie in difficoltà, di donne tradite e di matrimoni infelici (da che pulpito!), Lucy reagisce nell'unico modo che conosce, non con la rabbia che il lettore si aspetta, ma con una malinconica tenerezza e un'incredibile desiderio di accettazione. Cerca quelle tre parole che insegue da una vita, quel "ti voglio bene" che sembra così difficile da pronunciare per entrambe.
"Quello della solitudine era il primo sapore chew avevo assaggiato nella vita e non se ne andava più, nascosto nelle pieghe della bocca, a ricordarmi."
Nei brevi capitoli di questo breve romanzo, passato e presente si intrecciano e si inseguono come il sonno disturbato e la veglia febbricitante di Lucy, in un racconto fatto di brevi dialoghi, lunghe pause, parole non dette e mute richieste. Le ore nella camera si trascinano lente, quiete, in un'atmosfera quasi sospesa dalla realtà, la monotonia delle giornate ospedaliere interrotta solo dal bisbiglio delle infermiere e dalla mano gentile del medico curante; e la Strout sembra adattare lo stile a questa ambientazione; gioca di sottrazione, con una prosa essenziale, laddove in altri romanzi, mi viene in mente Amy e Isabelle, pure incentrato sul rapporto madre figlia, stupiva per le descrizioni minuziose e la cura per i dettagli.
Mi chiamo Lucy Barton è un libro che si legge in poche ore: dialoghi a singhiozzo, pochi particolari, i riflettori puntati su queste due donne messe a nudo, sul loro rapporto (o non-rapporto) e sul potere salvifico del perdono, quello che permette alla fragile Lucy, la bambina povera e diversa, la donna in cerca di amore incondizionato, di voltarsi indietro senza rancori, e di pronunciare quelle parole, forse tardive, forse immeritate, che la renderanno libera, almeno dai fantasmi del passato.
Questa Strout "inedita", maestra come sempre nel raccontare i legami di famiglia, delicata nel tratteggiare due personaggi imperfetti e irrisolti, che cercano faticosamente il momento giusto per dirsi "ti perdono e ti voglio bene" (nonostante tutto).

giovedì 22 marzo 2018

I giorni dell'amore e della guerra. La bastarda degli Sforza di Carla Maria Russo.
"La vita è sempre così, doppia e perfida, una matrigna che pretende un prezzo, una pena, in cambio di ogni piacere che ci concede."

Dopo La bastarda degli Sforza Carla Maria Russo torna a occuparsi di Caterina Sforza, in un secondo e conclusivo volume, I giorni dell’amore e della guerra, che racconta gli anni della maturità e della vecchiaia di quella che è stata una delle figure femminili più interessanti e rappresentative del Rinascimento italiano.
Certo, perché Caterina Sforza non è una cortigiana indomita alle prese con avventure improbabili come andava di moda nel romanzo storico per fortuna qualche anno fa, ma una donna reale, in una situazione di giochi di potere tra Papato e principati, in un’epoca di violenza ma fondamentale per la cultura della nostra penisola.
Il primo romanzo, La bastarda degli Sforza, raccontava in maniera più intimista e personale gli anni dell’infanzia e della giovinezza di Caterina, tra matrimoni imposti e intrighi. Qui la storia diventa più collettiva, Caterina continua a lottare per i suoi figli, per un amore che finalmente trova e contro le mire innanzitutto dei Borgia, in un affresco realistico e appassionante del periodo storico tra Quattro e Cinquecento. Il primo romanzo era quindi il ritratto di un’eroina reale ma talmente interessante da essere romanzesca, il secondo invece traccia la storia di un’epoca, che non fu certo clemente con lei ma che le permise alla lunga di trovare un suo equilibrio almeno per gli ultimi anni della sua vita.
Carla Maria Russo racconta anche questa volta una storia reale al femminile nella Storia italiana, coniugando rigore storico, tutto quello che è raccontato è reale, tra prosa e richiamo a documenti veri, e passione per il romanzesco, in un altro libro da non perdere se si ama il genere, su una figura di cui forse non si parla mai abbastanza.
Anche perché Caterina, vedova tra gli intrighi dei Borgia e di Ludovico il Moro, pronta a trovare l’amore con un umile stalliere Giacomo Feo e a difendere il suo dominio su Imola e Forlì, amica di Leonardo da Vinci, è un personaggio che non si dimentica, vivo e reale a distanza di secoli, per chi magari oggi vive o visita da turista i luoghi della sua vicenda umana.
"L'amore non chiede il permesso e non si cura né delle circostanze né delle opportunità, anzi, sembra provi gusto a divampare proprio là dove esistono le condizioni più sfavorevoli e avverse, le maggiori traversie, quasi che gli ostacoli, le sfide rappresentino il suo alimento preferito."
È un romanzo travolgente, “I giorni dell’amore e della guerra”. Proprio perché è un libro di amore e di guerra. Perché Carla Maria Russo ha la capacità di rendere viva la Storia che racconta e allora quei capitoli di storia che ricordiamo intricati quando li studiavamo a scuola, con la nostra penisola divisa tra diversi stati e staterelli, con guerre e scaramucce, congiure e ritorsioni vendicative, trame e alleanze che si fanno e disfano, matrimoni dettati da motivi politici e fanciulle ‘vendute’ per ragioni di stato, Papi lussuriosi e corrotti- tutto questo si colora nelle pagine del suo romanzo, diventa un film di azione, è comprensibile, ci piace, ci appassiona. E poi, i punti luce su questo arazzo intessuto di guerre sono le tante donne che animano la scena, che attutiscono il fragore della guerra, che scintillano negli splendidi abiti confezionati per i matrimoni- di Isabella Gonzaga, di Beatrice d’Este, di Bianca Sforza. Donne che sono solo amanti (da Lucrezia Landriani, amante di Galeazzo Maria Sforza e madre di Caterina, alla bella Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro) e poi lei, la fulgida Caterina che ci appare in tutta la sua pienezza- come donna politica, come moglie (finalmente innamorata), come madre dai sentimenti contrastanti, senso di colpa per i sei figli che ha ‘subito’, tenera con i due più piccoli, i figli dell’amore.
"L'essere umano si lamenta troppo e tende sempre a ricercare fuori di sé le cause del suo soffrire: nel destino, nella sfortuna, nella volontà di Dio, nelle prepotenze degli altri. Invece è lui il primo responsabile delle sue sofferenze, con la sua remissività, codardia e conformismo."
Alla fine, la si lascia con rimpianto, confidando nel fatto che Carla Maria Russo proporrà presto qualche altra eroina storica degna di lei, magari facendo scoprire un’altra vicenda reale rimasta nascosta.

venerdì 2 marzo 2018

La ragazza della nebbia di Donato Carrisi.
"La notte in cui tutto cambiò per sempre iniziò con lo squillo di un telefono. La chiamata giunse alle ventidue e venti. Era un lunedì sera, fuori c’erano meno otto gradi e una nebbia ghiacciata ingoiava tutto."
Scrivo la recensione di La ragazza nella nebbia con grande piacere perché è sempre bello leggere un thriller italiano. Il thriller infatti è uno dei generi in cui gli autori stranieri fanno da padrone. Avevo conosciuto Donato Carrisi con la lettura d
Scrivo la recensione di La ragazza nella nebbia con grande piacere perché è sempre bello leggere un thriller italiano. Il thriller infatti è uno dei generi in cui gli autori stranieri fanno da padrone.
Avevo conosciuto Donato Carrisi con la lettura di Il suggeritore, con La ragazza nella nebbia ho finalmente potuto apprezzare pienamente la costruzione della trama e lo stile dell’autore.
Lo stile di Carrisi è piacevole, con un grande ritmo. Il talento dell’autore è evidente, soprattutto per la grande padronanza che dimostra con l’uso delle parole e del tempo. La trama infatti non si snoda in ordine cronologico ma con un continuo avanti ed indietro nel tempo. Ho trovato questo espediente molto valido per mantenere alta l’attenzione e la curiosità del lettore. Alcune parti della storia infatti, si incasellano perfettamente nella logica della trama soltanto alla fine.
Mi è piaciuto molto il gioco con cui l’autore confonde le idee al lettore sulla vera essenza dei personaggi. In La ragazza della nebbia è infatti difficile farsi un’opinione chiara sulla personalità dei singoli personaggi. Ognuno di loro ha dei lati oscuri ed è arduo capirli davvero fino al termine della lettura. Trovo che questo li renda particolarmente verosimili ed affascinanti.
Nessun personaggio è stereotipato, nel bene o nel male. Ognuno di loro ha pregi e difetti, qualità e vizi, proprio come le persone vere. Si tende a nutrire antipatia o empatia con molti di loro, a secondo dello svolgersi della vicenda. Vogel è senza dubbio un protagonista interessante, per il quale è impossibile non provare avversione o fiducia. E poi c’è Anna Lou, la vittima che impareremo a conoscere soltanto dai suoi diari e da chi la conosceva. Proprio come purtroppo facciamo con le tante ragazzine scomparse sul serio.
Una nota di particolare interesse ne La ragazza nella nebbia è il peso che viene assegnato ai Mass media nella risoluzione del caso. Per me è stato come aprire gli occhi, una specie di rivelazione. Non avevo mai dato troppo peso a come effettivamente i giornalisti siano in grado di condannare o assolvere le persone.
La loro presenza pressante, i loro riflettori ed i 5 minuti di popolarità che offrono possono cambiare le storie. Possono cambiare le persone e perfino la nostra opinione su qualcuno. La cosa spaventosa è che ciò che raccontano può non corrispondere alla verità ma soltanto ad una loro interpretazione.
La ragazza nella nebbia è un thriller moderno, ben scritto con una trama che lascia con il fiato sospeso fino alla fine. Il finale è inaspettato ma non mi ha appagato come avrei voluto. Mi è apparso un po’ troppo veloce rispetto allo snodarsi dell’intero racconto. Ma è una storia che vale la pena leggere.
"La nebbia fa sparire le persone: sappiamo che sono lì, ma non possiamo vederle...Quelle ragazze sono ancora fra noi, agente speciale Vogel, anche se gli è accaduto qualcosa di brutto, anche se sono morte. Per qualche oscuro motivo, l'uomo della nebbia le ha prese perché c'è un'unica mano, ne sono sicura."
Concludo la recensione di La ragazza nella nebbia consigliando questo libro agli appassionati del genere, a chi non conosce Donato Carrisi ed a chi segue con interesse i programmi televisivi che parlano di cronaca nera e di scomparsi.
"Sono i cattivi che fanno la storia."

 

lunedì 19 febbraio 2018

Le nemiche di Carla Maria Russo.
"E una Este non teme il confronto con una volgare popolana come Lucrezia Borgia, soffre nel fisico e sanguina nel cuore ma nessuno, all'esterno, dovrà mai accorgersi del suo dolore perché sì, sarebbe volgare e avvilente, ammettere la sconfitta, l'umiliazione."
Isabella d’Este, definita dai suoi contemporanei “sole della nostra etade”, era stata una bambina prodigio, affascinata dai viaggi, dalla moda, dalla musica. E’ una donna che rappresenta politicamente e culturalmente la perfetta “principessa umanista”. Passava diverso tempo nel suo amato studiolo: una stanza a cui pochi erano ammessi, in cui erano custoditi i tesori dell’antichità, i capolavori di artisti come il Mantegna, il Perugino e Lorenzo Costa e dove ogni decorazione rimanda alla sua filosofia di vita. Era suo luogo dell’anima, per una donna di governo, di ordine, di cultura, riesce a diventare la fenice del Rinascimento italiano, e veniva rispettata dagli uomini in quanto aveva una fermezza tipicamente maschile. Circondata da intellettuali e artisti, ha concepito la sua vita come un’opera d’arte e ha coltivato le arti, la bellezza e la cultura come valori fondanti: di lei sappiamo che la maggiorparte comprava per mostrare ai suoi amici, mentre Lucrezia comprava per il privato, per la sua cappella personale, comprava per se stessa.
Ma la marchesa è anche una razionale manipolatrice nelle relazioni diplomatiche, infatti quando nel Giugno 1501, Isabella scopre che suo padre, il duca di Ferrara Ercole I, ha scelto come moglie per l’erede al trono la donna più discussa della penisola, Lucrezia Borgia, figlia bastarda del papa, già sposa di due mariti, il primo ripudiato, il secondo ucciso in circostanze ambigue, il suo animo ne resta completamente sconvolto. La figlia di una “tenutaria di bordello”, come amava definirla, non può mischiare il suo sangue con quello purissimo e regale degli Este.
Il nome di Lucrezia Borgia é sempre stato associato a veleni, intrighi e incesti, pare probabile che fosse il Guicciardini ad aver dato il là alle maldicenze sull’unica figlia del Papa, autore in contrasto con le teorie linguistiche di Pietro Bembo, concorrente di Macchiavelli nella visione storica dell’Italia contemporanea, che ha vissuto alla sua corte, che era innamorato della Borgia, con la quale manterrà un amore platonico, probabilmente per scelta di lei.
Alla luce di registri, documenti amministrativi e lettere segrete scritte in codice, possiamo dire che, in realtà Lucrezia fosse molto diversa da come i suoi contemporanei volessero farla apparire. Ha avuto grandi capacità di reggenza del ducato in assenza del marito e ha sempre avuto come fine ultimo il benessere dei suoi sudditi e la sopravvivenza dello Stato estense. Pochi ricordano che è Lucrezia ad aver fondato una banca per i poveri e ad aver promosso le bonifiche dei terreni paludosi perché diventassero terre coltivabili. Al prestigio e lusso personale preferisce investimenti economici per la comunità.
Lucrezia è semplicemente una donna che ha portato su di sé la pesante eredità di una famiglia nota per l’indole sanguigna e prepotente di Cesare, il fratello, e per i costumi dissoluti del padre, il Papa Alessandro VI.
Viene accolta con freddezza e disprezzo da Isabella d’Este, ma riesce tuttavia a guadagnarsi i favori dei giovani e affascinanti fratelli di Isabella, attratti dalle feste memorabili e dalla folta schiera di damigelle di cui si circonda, fra le quali brilla l’astro della irresistibile Angela Borgia, una sua cugina. Questo successo genera fra le due donne una ostilità ancora più marcata e nuovi e più accaniti contrasti, che culminano con il tentativo da parte di Lucrezia di umiliare la rivale nella sua femminilità rischiando di cambiare gli equilibri politici d’Italia.
Un libro che nasconde le irrequietezze di queste donne così simili e ossimoriche al contempo. Due donne e la loro guerra personale, che dimostra quanto alla fine, tra le due litiganti, sia il terzo a godere! E non vi posso svelare chi!