La libreria di Matik

martedì 26 settembre 2017

Se non ti vedo non esisti di Levante.
"Non ricordavo che strada avessi fatto per arrivare a quella infelicità, come fossi giunta a volermi così male, a non avere un briciolo d'amore per il mio destino, chi fosse la persona incosciente che mi aveva portato all'autodistruzione."

La storia racconta di una certa Anita Becci: giovane, intelligente, bella e con un buon lavoro. Vive a Roma, è redattrice per una rivista di moda ed è sposata con un uomo apparentemente perfetto. La sua vita, però, è inspiegabilmente scandita da mille inquietudini e da un vortice di pensieri che, incespicando, ci vengono confessati in prima persona; una vita segnata dalla presenza di tre figure maschili – Jacopo, Filippo, Flavio – e dall’assenza di un’altra: il padre, scomparso quando la protagonista aveva solo 9 anni. Anita B. è una donna irrequieta e alla costante ricerca del benessere attraverso l’amore; una ricerca che la porta ad infilarsi in una serie di relazioni extra-coniugali intense e tormentate che non riusciranno ad alleggerirla, bensì solo a trascinarla in una burrasca in mezzo alla quale non saprà più barcamenarsi. Il malessere di Anita, però, non deriva dalla mancanza di amore inteso come relazione tra due individui, deriva dalla mancanza d’amore verso se stessa e da un fardello che si porta dietro e dentro da troppo: la morte del padre. Per questo – in un modo o nell’altro – paga sempre il conto.
"Le mie cadute, invece, erano solo le conseguenze della mia disattenzione. Ero io che non avevo ancora imparato a guardare dove mettevo i piedi."
Se non ti vedo non esisti è la storia di un grandissimo dolore, di una solitudine, di un lutto mai elaborato fino in fondo e, per questo, sempre presente, seppur costantemente ricacciato in un angolo o chiuso a chiave dentro a un armadio. Se non ti vedo non esisti è la filastrocca che la protagonista si ripete fin da quando era bambina, quando ha imparato a ignorare il dolore spingendolo giù, “facendo forza con gli addominali fino al punto più profondo della terra” per non piangere, per non soffrire.
È una bugia pericolosissima tramite la quale, spesso, pensiamo di poter ingannare i mostri che ci portiamo appresso, di poterli fare scomparire come per magia. I mostri, però, ritornano e lo fanno a intermittenza, ogni giorno e a piccole dosi, ritornano lenti, come un veleno, e paralizzano braccia e gambe fino a intrappolarci in una matassa in cui bisogna inventarsi qualsiasi cosa pur di non fermarsi a pensare. Così si dà il via ad un circolo vizioso in cui si rischia di perdersi dentro a una serie di sensazioni posticce, dietro un lavoro o una persona, di oscurarsi e di anestetizzarsi; di perdersi dietro l’idea dell’amore come la soluzione a tutti i problemi; di trasformare pietre in diamanti, di regalarsi a sconosciuti perdendo ogni volta pezzetti sempre più consistenti di sé; di ferire le persone, quelle veramente importanti, e di perderle per sempre. Ma non si può vivere a lungo di luce riflessa. E, alla fine, non si può far altro che spegnerle tutte quelle luci artificiali, rannicchiarsi al buio e fare i conti con se stessi. Aprire quell’armadio e fare pace col proprio passato.
"Ci sono momenti nella vita di ognuno di noi in cui le scelte che facciamo sono il prodotto di una somma di emozioni, alla quale sottraiamo il buonsenso, moltiplichiamo per l'egoismo e dividiamo in parti uguali per tutte le volte in cui il risultato finale è lo stesso ed è sbagliato."
Se non ti vedo non esisti, è una romanzo che aveva bisogno di venire alla luce per tirare fuori un dolore o, semplicemente, per raccontarlo dopo averlo finalmente affrontato. Ed è per questo che funziona, perché è vero: l’amore sta tutto qui ed è tantissimo; è un grande atto di generosità per chi sperimenta lo stesso dolore, per chi ancora lo ignora e per chi vuole davvero tirarlo fuori.
Levante ha una voce cristallina, i testi delle sue canzoni sono sinceri ed immediati; ed è stato così anche con il suo libro: una canzone un po’ più lunga e il frutto di un’anima bella come poche.

lunedì 18 settembre 2017

La donna abitata di Gioconda Belli.
"Il mondo non -è- in nessun modo. Questo è il problema. Siamo noi che lo facciamo in un modo o nell'altro."


Nell’immaginaria città centroamericana di Faguas, Lavinia trova lavoro come architetto in uno studio importante. Per lei, rampolla dell’alta borghesia cresciuta nella bambagia e con studi raffinati alle spalle, è la prima occasione per entrare in contatto con la realtà e con l’ingiustizia. La dittatura militare a cui il paese è sottoposto favorisce i ricchi, ma schiaccia le classi medio-basse ed alimenta un clima di violenza ed ostracismo che ben presto risulta intollerabile. Nonostante la provenienza agiata, la ragazza entra in crisi soprattutto perché si innamora –riamata- del collega Felipe che si rivela essere uno dei capi del Fronte di Liberazione Nazionale. Lentamente, Lavinia capisce di non poter più rimanere inerte e comincerà il suo personale percorso all’interno del Movimento, facendo i conti con la paura, la violenza, l’amor di patria, gli ideali di giustizia tanto facili da dichiarare ma difficilissimi da tradurre in atti. Su di lei, però, veglia qualcuno di speciale: è lo spirito di Itzà, una guerriera azteca che a suo tempo ha lottato contro i Conquistadores e si reincarna nell’albero di arancio che Lavinia ha nel giardino. Grazie ai preziosi frutti, l’essenza della donna entra fisicamente nel corpo dell’altra guidandone le azioni. Si intrecciano così due esistenze lontane nel tempo, ma vicine nelle esperienze, in un ricamo di amore, dolore ed eroismo che fa di questa storia un’avventura epica ma allo stesso tempo vicinissima al vissuto.
La donna abitata è un libro di grande impatto emotivo, perché approfondisce vari argomenti su cui tutti – prima o poi – finiscono per arenarsi. Il tema centrale è di sicuro il concetto di giustizia, declinato poi in giustizia sociale, a cui si correla il dubbio se sia giusto o meno utilizzare la violenza pur di ristabilirne almeno un poco. I concetti universali di Bene e Male sono dunque sviscerati e rappresentati attraverso il conflitto interno dei protagonisti, ma su di essi domina anche la tematica femminile – si noti bene: femminile e femminista – che ci fa interrogare sull’equilibrio, sulla società, su ciò di cui la nostra epoca ha veramente bisogno.
Inevitabilmente, i personaggi fanno i conti con l’amore e la morte quindi è molto interessante seguirli mentre si destreggiano fronteggiando le entità più soverchianti che l’umanità conosca.
L’eco storica e fantastica portata dalle figure di Itzà e Yarince non è disturbante in questa serie di riflessioni, soprattutto perché mostrano come i temi universali non vengano scalfiti dal tempo e come –anche se gli uomini sono mortali – certi ideali possano veramente sopravvivere.
Di fatto, La Donna Abitata è una storia che travalica i secoli e gli spazi per annidarsi tra le pieghe nascoste della sensibilità di ognuno, mettendo il lettore alla prova, affascinandolo e coinvolgendolo continuamente. Una lettura da non perdere, dunque, che piacerà senza dubbio al pubblico femminile e potrebbe far riflettere a lungo i signori uomini, in un confronto delicato, ma allo stesso tempo spiazzante e stimolante.
tratto da
“La donna abitata”:
Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Né lei né io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjioces.
Chi ama non muore mai.